VALCARENGHI La psicanalista che stende Milano sul lettino

Certe volte anche le città avrebbero bisogno di essere psicanalizzate. Per andare alla radice di quel che i cittadini provano di negativo: insicurezza, impulsi aggressivi, emarginazione o minaccia da parte del diverso. Marina Valcarenghi sarebbe un’analista perfetta per Milano: ci vive da oltre 60 anni. Conosce le paure e i desideri dei suoi cittadini per averne tante volte parlato con loro, prima da giornalista poi da psicoanalista. La incontriamo in un appartamento di ringhiera a Città studi, dove vede anche i pazienti.
Lei è nata a Milano negli anni Quaranta. Qual è il più grande cambiamento che la città ha attraversato?
«Una lenta transizione da città colta e cosmopolita, a città commerciale, modaiola. È la mia grande tristezza».
Che cosa accadeva allora che ora non accade più?
«Quando ero ragazza c’erano centri culturali attivissimi, strapieni di gente. La città era percorsa dalle energie di grandi intelligenze. Ora è diventata una vecchia amica un po’ malata».
Ce la farà?
«Prima o poi ce la farà. Ma dovrebbe cambiare la mentalità che ha portato le istituzioni pubbliche a pensare che una città si amministra come una bocciofila. Ci vuole entusiasmo, non politica, per produrre cultura».
Ma l’identità culturale di una città non si fonda anche sul suo spirito tipico?
«Non esiste uno spirito milanese. Milano è una città internazionale, in cui c’è posto per tutti, come New York. Le grandi città non possono avere un’identità campanilistica come i piccoli centri».
Suo fratello, Majid Valcarenghi, è il fondatore di una rivista che fece la storia del periodo beat a Milano: Re nudo. Che atmosfera si respirava in quegli anni?
«Veramente più che il periodo beat io ho vissuto il movimento, quello del ’68, un’altra cosa. Appartengo alla generazione di Sofri, Capanna... i primi, i vecchi».
Cos’era, il «movimento»?
«Esisteva una solidarietà oggi impensabile. Se io, donna con un figlio, dovevo studiare o lavorare, c’erano dieci persone pronte a tenere il mio bambino. Era un altro modo di stare al mondo, che è finito, ma ha lasciato tracce - soprattutto a Milano - nel rapporto cambiato tra genitori e figli, uomo e donna».
Non è questo il '68 che la maggior parte dei milanesi ricorda.
«Quando a Milano se ne si tirano fuori solo la violenza, le foto con la P38 in via De Amicis e il sequestro Moro. Ma quelle erano schegge impazzite, una nostra parte che rovinato tutto. La vita del movimento era la Statale, che rimane il luogo di Milano che amo di più, i baretti, il centro culturale Turati, la sede di Re nudo, le librerie come Utopia, la Feltrinelli».
Il suo ultimo saggio, «Ho paura di me», nasce da un’esperienza professionale inconsueta, fatta nel carcere di Milano-Opera: la possibilità di indagare in modo sistematico l’abuso sessuale.
«Nel 1994 un funzionario della Regione mi ha proposto di formare un gruppo di psicoterapia nella sezione di isolamento maschile del carcere. È stata la prima iniziativa del genere nel nostro paese. Dissero che mi invitavano in quell’inferno nella speranza di ridurre il livello di aggressività nella “sezione protetti”. Dei 15 uomini al primo incontro otto erano stati condannati per reati sessuali. Il libro è il racconto di come da allora nel mio studio, oltre alle vittime di violenze, arrivano i colpevoli».
Come descriverebbe lo stato psichico attuale dei milanesi?
«Ci danno molto lavoro. Il disagio più palpabile che deriva dalla vita metropolitana è l’insicurezza. Che produce infiniti sintomi: alcolismo, consumo di sostanze psicoattive come la cocaina, insonnia, tachicardia, attacchi di panico, disturbi della sessualità e dell’alimentazione, bullismo, legato all’insicurezza dei genitori oltre che a quella dei figli, che nel branco si sentono meno precari. E aumentando l’insicurezza, anche i sintomi sono in aumento».