Vassallo, il «professorino» scomodo dai sarcasmi di D’Alema alle riforme

Cattolico, schivo e amante di fitness e «freselle»: nel Pd così ha conquistato Veltroni

da Milano

«Ma chi è Vassallo?», domandava sarcastico Franco Marini dopo averlo ascoltato teorizzare, al seminario di Orvieto, un Partito democratico fondato sulle primarie secondo il principio «una testa un voto». Non meno sussiegoso, Massimo D’Alema aveva chiosato: «Un partito così c’era già: il Pcus». Era l’ottobre 2006 e il giovane politologo, oggi autore della riforma elettorale italo-iberico-tedesca voluta da Veltroni e ormai nota come Vassallum, aveva appena cominciato a «terremotare» l’Ulivo.
Da allora, Salvatore Vassallo non ha smesso di farsi nemici, guadagnandosi appellativi tutt’altro che benevoli: da «uomo dei gazebo» a «professorino», da «prodiano Vassallo» ad «apprendista stregone». Ma non se ne duole più di tanto. Anzi, se provi a chiedergli come si senta in questo ruolo, risponde con tono fermo, ma sotto sotto quasi compiaciuto: «Farmi nemici non è una strategia deliberata ma un atteggiamento intellettuale che mi porta ad agire nel campo pubblico in modo abbastanza disinteressato e alleggerito dalle cautele che i politici di professione devono avere».
Quando lo punzecchiano, incassa. Aspetta. Poi risponde. Dopo la battuta di D’Alema a Orvieto, pallido in volto si rimise sul treno e tornò a Bologna. Ma pochi mesi dopo, nominato tra i tre saggi per scrivere le regole delle primarie proprio come le voleva lui, si concesse il gusto della rivincita: «Siamo passati dall’irrisione alla condivisione». Passò qualche altro mese e tornò guastafeste. Scagliando contro i Ds una proposta che li mandò su tutte le furie: cambiare nome alla festa dell’Unità dove «molti democratici non potranno mai sentirsi a casa propria». Chiamiamole feste dell’Ulivo: «Dopotutto, basta cambiare tre lettere!». Commento del tesoriere ds Ugo Sposetti: «Per conto di chi abbaia? Mettetegli la museruola». Figurati. Lui incassa, riarma la penna e rilancia: «Ho sollevato reazioni pubbliche parecchio sgarbate, per usare un eufemismo», scrive calandosi nella polemica a modo suo. E a chi lo invita a spogliarsi dello «snobismo» andando a cuocere salsicce come i militanti ds, replica: «Alle feste dell’Unità vado volentieri a discutere come ospite e a mangiare le tagliatelle. Alle feste dell’Ulivo potrei anche condire freselle cilentane o arrostire pesce». Tiè.
L’evocazione delle «freselle cilentane» tradisce le origini. Genitori maestri: madre calabrese, padre campano. Laurea in Scienze politiche nella natìa Salerno con tesi su «Il governo dei partiti in Italia»: 110 e lode, bacio accademico e pubblicazione del Mulino, cenacolo bolognese delle scienze sociali. Praticamente un destino già scritto. Poi il dottorato a Firenze e la cattedra di Scienza politica a Bologna, dove arriva «per aver sposato una modenese», anch’ella professoressa. «Studioso di serietà quasi maniacale», l’ha definito Arturo Parisi, che tecnicamente non è suo maestro ma quasi. Anche se ora, sulla riforma elettorale, sono su barricate opposte. «Opposte? No, diverse», precisa il professorino.
Quarantadue anni, cattolico, schivo ma cortese, «precisino» ma non supponente, attento ad aggettivi e virgole, amante di fitness, vacanze in mountain bike e canzoni d’autore transgenerazionale - da Guccini a Carmen Consoli - Vassallo all’università non è «un personaggio». Non è di quei professori imprevedibili e genialoidi che diventano leggendari. Anche per questo a Veltroni è piaciuto subito. E lo ha nominato presidente della commissione statuto del Pd. Nella prima riunione, ha tolto la parola a De Mita che aveva esaurito il suo tempo.
Quelli di wikipedia, che capiscono tutto prima di tutti, lo definiscono «politologo e politico italiano». Ecco chi è Vassallo. Qualcuno avverta Marini.