Veltroni spende 170 milioni per un affitto a vuoto

Il sindaco di Roma ha firmato richieste di locazione fino al 2025 dopo
aver progettato una nuova sede per spostare gli uffici comunali entro
il 2011. Per realizzare il faraonico Campidoglio 2 non è bastata la vendita di quattro immobili

Roma - L’hanno ribattezzata la «palazzopoli veltroniana». È la storia degli sperperi del Comune di Roma in fatto di (mala)gestione del patrimonio immobiliare: pagati 279 milioni di euro d’affitto per diciotto anni per due immobili destinati a rimanere vuoti, inutilizzati, per oltre dieci. Lo spreco è di 170 milioni di euro.
Nella Città Eterna capita che la giunta comunale decida di riorganizzare i propri uffici centrali e le sue sedi periferiche in un’unica zona denominata «Campidoglio Due» localizzata tra l’Ostiense e l’Eur. Costo totale di un’operazione (che nelle intenzioni degli amministratori mirava a ridurre drasticamente i fitti passivi) è di 250 milioni di euro. Il trasferimento di ben 114 uffici - annuncia Veltroni in conferenza stampa il 24 maggio scorso - «avverrà entro l’anno 2011». Per fare cassa il primo cittadino decide di vendere quatto gioielli di famiglia, ivi compreso il famoso (per i romani) palazzo dell’Acea davanti alla Piramide Cestia, ceduto per 108 milioni di euro.
Trascorsi due anni, stranamente il comune di Roma stipula un contratto d’affitto con la società Milano 90 Srl (gruppo Scarpellini) proprietaria di un complesso immobiliare in via delle Vergini, dove dal 2005 vengono spostati alcuni gruppi consiliari. Nonostante Veltroni abbia promesso il trasloco entro cinque anni (2011), la durata del nuovo contratto viene stabilita a 18 anni, «fino al 2022». Ciò vuol dire, facendo due calcoli, che per undici anni il Comune di Roma non usufruirà di quei locali che rimarranno vuoti e pagherà ugualmente 41 milioni di euro, pari a un canone annuo di 3.750.000,00 euro, Iva esclusa. Soldi letteralmente buttati via.
Ma c’è di più. Non contenta il 22 marzo 2006 l’amministrazione comunale concede il bis con gli uffici di Largo Loria 3 di proprietà dell’Inpgi (l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti) che li affitta al gruppo Scarpellini per 2,1 milioni di euro annui e che questo stesso gruppo poi subaffita al Comune per 9.190.833,15 euro annui. La durata, anche qui, sfora di molto i cinque anni del previsto trasloco: «Fino al 2025». Ergo, i soldi bruciati per 14 anni di affitto non goduto, sono di 128 milioni di euro. Secondo una denuncia di due consiglieri comunali di An, Marco Visconti e Luca Gramazio, in entrambi i contratti il Comune di Roma non solo butta via un mucchio di denaro ma «rinuncia alla facoltà di disdetta del contratto alla prima scadenza novennale», ovverosia per 18 anni obbliga se stesso a pagare un bene di cui non usufruisce.
Il 25 maggio 2007, in risposta alle richieste dei due consiglieri, l’assessore al Patrimonio, Claudio Minelli, dichiara all’Ansa che «il recesso da locazioni non prevede penali», cosa smentita seccamente proprio dall’articolo 3 del contratto di locazione. Minelli aggiungerà poi che «gli uffici che sono provvisoriamente collocati a via delle Vergini e a Largo Loria troveranno sede definitiva a via della Misericordia e nel complesso nuovo “Campidoglio Due”». Domanda banale: perché se entro il 2011 gli uffici verranno trasferiti all’Ostiense, si stipulano ugualmente contratti validi per 6.570 giorni con clausole capestro per l’amministrazione capitolina?
Leggendo i contratti si scopre che oltre alla clausola dei «nove anni più nove», l’amministrazione comunale non ha avuto niente da ridire nemmeno sul punto dell’accordo in cui «il locatore (gruppo Scarpellini, ndr) si impegna a fornire i servizi ai piani e pulizia, il presidio manutentivo e di pronto intervento, di vigilanza e reception», tutti servizi che per durata e costo dovrebbero essere assegnati con una gara pubblica. Insomma, anziché pescare dai suoi dipendenti, il Comune delega le «assunzioni» al vincitore dell’appalto senza gara. Non ci crederete, ma non è finita. Leggendo a pagina 25 la rivista dell’Inpgi si scopre che per il palazzo affittato al gruppo Scarpellini (quello subaffittato al Comune), l’ente dei giornalisti non incassa un euro. Lamentandosi della diminuita redditività netta degli immobili, il presidente Gabriele Cescutti annovera soprattutto «il mancato introito, per l’intero anno, dell’affitto del palazzo di Largo Loria (meno 1,752 milioni) affittato al Gruppo Scarpellini che si è assunto anche l’onere del radicale restauro: dal primo gennaio 2006, comunque, l’immobile ha cominciato a produrre reddito (2,1 milioni l’anno)».
Contattato dal Giornale, l’assessorato al Patrimonio fa ricorso al politichese dimenticandosi delle carte scritte, firmate e protocollate. A meno che non abbia improvvisamente cambiato idea decidendo di fare marcia indietro sui contratti d’affitto col gruppo Scarpellini, quello recentemente salito alla ribalta nella trasmissione tv Annozero. Riguardo a via delle Vergini l’assessore fa sapere «d’aver chiarito (con chi?, ndr) ulteriormente e recentemente» che alla scadenza del primo novennio «il contratto potrà risolversi». Leggiamo allora il contratto, numero di protocollo 106774, stipulato il 31 marzo 2005. All’articolo 3, comma 3, punto 1, si legge l’esatto contrario: «In ragione dell’iniziale investimento a totale carico della parte locatrice, la parte conduttrice (il Comune, ndr) rinuncia alla facoltà di disdetta del contratto alla prima scadenza novennale». Nulla precisa riguardo alla fornitura del personale e dei servizi.
Per quanto riguarda Largo Loria l’assessore sostiene che sarebbe stato stipulato «un contratto atipico provvisorio di un anno compresi alcuni servizi per assicurare la funzionalità e per i quali verrà esperita successiva, idonea, gara pubblica». E che sarebbero state impartite «direttive precise accettate dalla proprietà perché il contratto ancora da stipulare sia fissato per un periodo di sei anni rinnovabili con la clausola risolutiva dopo i sei anni». Peccato che nella determinazione dirigenziale numero 277 dell’11 maggio 2007 si stabilisce che il contratto duri 18 anni (e non 6) e che le parti «concordemente dichiarano di rinunciare alla facoltà di disdetta del contratto alla prima scadenza novennale». Quanto alla differenza di 7 milioni di euro l’anno del contratto d’affitto dell’immobile Inpgi, l’assessore dice genericamente che «saranno svolte ulteriori perizie di verifica» dimenticandosi, anche qui, che non c’è perizia che tenga di fronte alle carte già firmate.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it