La vera Elisabetta? Vi dico che solo Fini poteva cascarci

Ho frequentato la Tulliani, per questo mi sembra impossibile che Gianfranco sia finito travolto da una donna così innocente. Veniva a trovarmi per allegria, come in un luogo esotico e senza secondi fini. Lui è rimasto soggiogato dalla bella Ely. Brava ragazza, però tiene famiglia. A me chiese solo il rinnovo della freccia Alata. Per non essere coinvolto, smisi di vederla

Mi dissocio. Mi dissocio dal Giornale. Mi dissocio dalla comprensibile perfidia di Feltri. Feltri ha delle ragioni del cuore che la ragione non comprende. E rischia di compiere falli. Ho taciuto per due anni, per rispetto dei sentimenti e della riservatezza del Presidente della Camera, terza carica dello Stato. Le istituzioni non possono essere mortificate né da sussurri né da grida. E io, che ho pur visto e fatto di tutto, che conosco l’indignazione e la rabbia, ma anche il pudore e il decoro, ho mantenuto il doveroso rispetto per Gianfranco Fini. Anzi, ho pensato alla sua generosità nell’affezionarsi a una ragazza semplice e buona, e innamorarsene. Il problema è che un uomo innamorato non vede la realtà com’è, e interpreta in modo positivo ciò che altri giudicano malizioso. Devo riconoscere che, per l’atteggiamento e il tono, e i comportamenti sobri, la passione e la prudenza politica, Fini mi sembrava perfettamente attrezzato a non farsi espugnare. A guardare con distacco e distanza all’azione di avvicinamento di una ragazza diretta, non particolarmente furba, dagli obiettivi chiari e trasparenti. Non voglio dire che Elisabetta Tulliani volesse «sistemarsi». Voglio dire che Fini non doveva farsi sistemare. Avrei scommesso che avrebbe resistito. Che anche per lui, di fronte alle tentazioni, per altro tanto evidenti da riguardare anche Feltri, sarebbe stato facile resistere resistere resistere.
Ma non ci fu assedio. Elisabetta è una ragazza diretta. E Fini ha ceduto, disarmato, di fronte a tanta, disarmante, semplicità. In questi mesi, in cui così evidente è stato il cambiamento psicologico e ideologico di Fini, ho sentito, restando silente, alcuni chiedersi se tale trasformazione dipendesse dalle idee radicali, liberali, della Tulliani. Mai insinuazione più infondata di questa. Elisabetta Tulliani non è Carla Bruni, e, nonostante tutto, Fini non è Sarkozy. È innegabile che il presidente francese abbia subito la personalità di Carla, ricca, affermata, sofisticata, e liberal, e, perfino più intelligente che bella. La Tulliani, pure intelligente, è certo più bella che intelligente. Nel senso che non ha secondi fini, ma solo Fini, trasparenti, evidenti; non fa calcoli, che non siano pura aritmetica. Non è di sinistra, neppure Radicale. Non vuole ingannare, non può ingannare, non ci pensa neanche. Non è Mata Hari.
Per capirla bisogna risalire alla reazione dei colonnelli quando, in quel bar vicino a Montecitorio, furono «intercettati» da un giornalista del Tempo, che ne riportò l’opinione sulla trasformazione non ideologica, ma psicologica di Fini. Sul suo essere in balia di persone non abili e furbe, ma di una donna che non aveva niente da nascondere, ma che, come si vede dalle vicende attuali, era meglio non guardare troppo da vicino. Non perché fosse pericolosa, non per non scottarsi, ma perché l’ingenuità di Fini nel cedere alle lusinghe di Elisabetta appariva sconcertante. Si può dunque pensare, anzi oggi è una certezza, che Fini sia stato, nella considerazione popolare, sopravvalutato. E la Tulliani, nella considerazione di quelli che la conoscevano, sottovalutata.
Non so se sia a posteriori una considerazione corretta. Ma è certo che, a me come agli amici che la conoscevano, Elisabetta non è mai apparsa pericolosa. Intanto lei e la sua famiglia avevano dichiarate simpatie per il centrodestra, e propriamente per la componente di An. Suo padre, che ho conosciuto, mi pare di ricordare fosse un politico di medio rango della Dc romana, della corrente di Sbardella, se non di quelle alla Selva e Fiori confluite in An. Ma non è importante. È certo invece che lei si muoveva negli ambienti di centrodestra, in particolare era vicina a Gasparri e La Russa, un po’ come la bellissima Irene Bufo, oggi fidanzata con Marcello Veneziani, donna fedele e innamorata, incapace di calcoli e sempre generosa, anche a proprio danno.
Sono molte queste ragazze di nuova generazione, non di sinistra e nell’orbita di uomini di fresco potere del centrodestra. Un esempio fu la grande «raccomandata» (a giusto titolo) e anch’essa buona, buonissima, del portavoce di Gianfranco Fini, quando fu Ministro degli Esteri, Salvo Sottile. Mi riferisco a Elisabetta Gregoraci. Ma mi vengono in mente queste tre donne di destra, «organiche» al centrodestra, diversamente «sistemate» con uomini importanti, Fini - Veneziani - Briatore, della generazione più recente (come appare lo stesso Fini oggi), post-politica. Rispetto alle donne della stagione appena precedente, dominatrici di altri politici democratici o democristiani. Penso a Lella Bertinotti, e soprattutto a Barbara Palombelli in Rutelli e a Sandra Lonardo in Mastella. Donne di personalità forti che hanno letteralmente «occupato» i loro uomini condizionandone scelte e destini. Come per Fini, l’epilogo di Mastella si deve al cieco amore per Sandra. Clemente ha fatto saltare tutto, ha perduto se stesso, e ha fatto cadere Prodi per amore di Sandra. Quando essa è stata incriminata, non ci ha visto più e ha abbandonato tutto.
Come è evidente, si tratta di uomini, nel primo come nel secondo gruppo, «occupati» da donne forti. E ciò li differenzia da me, e, anche se in modo più artigianale, da Berlusconi, che ha una sua «ingenuità», che amiamo essere «visitati», non «occupati». E non ci lasciamo travolgere né dal fascino, né dal potere seduttivo di una donna. Fini no. Fini si è innamorato. Perdutamente. E si è perduto senza accorgersene. E pure Elisabetta non aveva maschere, non lo ha ingannato. Si è presentata nel modo spontaneo e giocoso che le è proprio. Come una bambina che si diverte con i grandi, che desidera fare televisione, come tante (e tanti, come i «velini» Telese, Diaco, Cruciani, miei tardi seguaci), e che in parte l’ha fatta; affermarsi, insomma, farsi vedere, farsi conoscere.
In fondo anche con Gaucci fu così. Nel mio caso credo fosse attratta dal mio temperamento, ma non fece nulla. Non cercò di sedurmi. Veniva a trovarmi per divertimento, per allegria, veniva a visitarmi, come si va in luogo esotico. E, naturalmente, oltre a mostre e musei, veniva a trovarmi anche a casa, a Palazzo Massimo alle Colonne, meravigliosa architettura del ’500, in presenza della mia fidanzata ufficiale centrale Sabrina Colle, donna riservata e severa, ma gentile e affabile, che aveva già sfuggito Salvo Sottile, uomo di Fini, proprio nella serata in cui, in casa di amici comuni, gli fu presentata la Gregoraci. Mai Sabrina avrebbe accettato il compromesso di farsi segnalare.
Nulla di male, come innocentemente rivelano le telefonate di Berlusconi a Saccà per raccomandare Evelina Manna, Antonella Troise, Elena Russo. Tutte ragazze buone e gentili, anche brave, politicamente distratte, ma nell’orbita di un centrodestra sempre più consolidato. In pochi anni il mondo è cambiato, ed Elisabetta Tulliani non ha coltivato nessuna delle perfidie e delle sottigliezze delle brave ragazze di centrosinistra, educate negli anni del femminismo. Capaci, dialettiche, furbissime. Forse non calcolatrici, ma certo dominanti. Anche la Tulliani non fa calcoli, all’opposto di quello che si crede, e non è dominatrice. Chiunque poteva prenderne le misure, e non farsi travolgere dal suo giovanile entusiasmo. Meno Fini. Ecco lo stupore dei colonnelli, lo sconcerto. Ecco l’incredulità della mia fidanzata, che, conosciuta la Tulliani, la valutò come quella ragazza semplice, di normali e piccole ambizioni, che appariva.
In questi due anni io non ho mai chiamato Elisabetta, il cui destino mi è sembrato simile a quello di un’altra brava e semplice ragazza di centodestra, figlia del responsabile di Forza Italia ad Arcevia, e nipote dell’impresario di pompe funebri locale, Francesca Impiglia, che io conobbi diciottenne, bella, festosa, intelligente, e che poi entrò nell’orbita delle ragazze di Berlusconi, prima fotografata, in tempi ormai lontani, mano nella mano con il premier, nei giardini di Villa Certosa. Anche Veronica vide quelle fotografie, e sorrise, tra benevolenza e compatimento. Da allora, quindi, come in altre occasioni documentate, si può dire con certezza che «non poteva non sapere». Ma l’abile, seppur generoso, Silvio, non ebbe dubbi, non si lasciò travolgere, come anche nelle altre successive e conosciute occasioni. Mandò Francesca a lavorare da Fede al Tg4; la lasciò sposare a un altro, e fece il testimone di nozze. Berlusconi si è liberato di tutte, anche di Veronica. È impensabile questa evoluzione per il serioso e tutto d’un pezzo (in questo ancora fascista), non liberale e non liberato, Fini. Poteva amare Elisabetta senza innamorarsene. Poteva frequentarla informalmente senza convivere con lei. Poteva «fidanzarsi» senza farne la madre di due figli. Ma il Fini innamorato è sorprendente e pericoloso.
Più che coinvolto, è stato travolto. Dalla passione. È rimasto soggiogato dalla bella Elisabetta, non ha neppure pensato di starle lontano, di non buttarsi; o, una volta avvicinata, di liberarsene. Si irrita quindi con Berlusconi per alcune sortite di «Striscia la Notizia». E quanto è serio nel rapporto con Elisabetta tanto più diventa superiore e illuminato nell’azione politica. Tanto da far pensare agli ingenui a un nesso tra le due cose. Abbiamo detto che non è possibile. Elisabetta non ha un assetto culturale e politico che possa condizionarlo. Ma condiziona la sua stessa esistenza. La naturale considerazione e stima per lei, che lo induce a commettere ingenuità, con assoluta serenità, pensando di fare cose giuste per una donna gentile e buona. Come Elisabetta è. Ma tiene famiglia.
Ecco allora le vicende del fratello, della madre, della società di produzione televisiva. Cose da nulla rispetto al proclamato conflitto di interessi del premier. Ma in realtà quei piccoli favori inconsapevoli hanno creato, in questi tempi difficili, imbarazzi e disagi per Fini. Anzi una vera e propria fossa, per chi è stato così intransigente e duro, nei principi, rispetto ai comportamenti di alcuni esponenti del centrodestra per i quali ha invocato le dimissioni. Ora, che egli sia costretto a dimettersi mi sembra eccessivo. Ma Elisabetta lo ha portato fuori strada. Lei per leggerezza, lui per inconsapevolezza. Non aveva cattive intenzioni, né grandi obiettivi. Si è trovata in una situazione più grande di lei. E non poteva pensare che lui fosse così ingenuo. Come nessuno poteva pensarlo, l’ingenuità essendo l’atteggiamento più incompatibile con la callidia. Da questa vicenda Gianfranco esce come un ingenuo, inadeguato a misurarsi con le realtà complesse e difficili della politica. Un idealista? Forse.
Io posso soltanto dire che a me, come credo a lui, Elisabetta non ha mai chiesto niente di illecito. Ha sempre dato allegria, entusiasmo e gioia di vivere. Il suo obiettivo, nel mio caos, era così modesto e dichiarato che, per due mesi, mi chiese una cosa sola, in incontri e telefonate. Non riuscendo a parlare con La Russa e non avendone soddisfazione, desiderava avere il rinnovo della tessera della Freccia Alata che le era stata ritirata. Era in ansia, preoccupata: quel piccolo privilegio le sembrava vitale. Feci il possibile. Ma, preoccupato della sua richiesta, per non essere troppo coinvolto, smisi di vederla. Una cosa da nulla. Un’ingenuità, che rivela il candore della ragazza.
Poi la ritrovai con Fini, tranquilla, risolta, appagata. Senza problemi di Freccia Alata, perché la terza carica dello stato può viaggiare solo con voli di Stato, per ragioni di sicurezza. Non può volare su aerei di linea, e quindi non serve più la Freccia Alata, utile per le linee commerciali. Elisabetta, risolto il problema, non mi ha più telefonato; io non l’ho cercata, per rispetto e riservatezza, e ho anche sospettato che, nel nuovo ruolo, fosse meno spontanea, più costretta nelle forme. Che potesse persino tirarsela, all’opposto del suo carattere. Né mi sarei mai permesso di inquietare Fini; e oltretutto lei non avrebbe rischiato di insospettirlo frequentando vecchie amicizie e uomini pericolosi come me. Ma, pensando alla Freccia Alata, capisco perché Fini non voglia dimettersi da Presidente della Camera. Perderebbe, irrimediabilmente, il legittimo privilegio dei voli si Stato. E sarebbe costretto a procurare la tessera della Freccia Alata alla sua amata Elisabetta. Uomo tutto d’un pezzo, Berlusconi potrebbe convincerlo a dimettersi, garantendo passaggi sui suoi aerei. Per tutta la famiglia. Può essere un suggerimento.