Veri o falsi, ecco i diari del Duce

Bompiani pubblica le carte dell’anno cruciale 1939, inclusa la
riproduzione fotografica dell’intero documento. Un passo avanti per
poterne stabilire la contestata autenticità

«Veri o presunti». Con questa dicitura, posta fra parentesi dopo il titolo, esce oggi nelle librerie il primo volume dei tanto discussi Diari di Mussolini (Bompiani, pagg. 1.010, euro 21.50), quello riferibile a un anno cruciale, il 1939. Un’edizione che alla trascrizione delle pagine fa seguire la riproduzione anastatica dell’intera agenda. Dettaglio fondamentale, perché permette ai lettori (e soprattutto agli studiosi) di avere una visione diretta del documento. Ognuno, dunque, potrà farsi un’idea, più o meno approfondita a seconda dei propri interessi, della autenticità delle carte.

È soddisfatto Marcello Dell’Utri, seduto in mezzo ai suoi volumi antichi, conservati nella Fondazione «Biblioteca di via Senato», a Milano, del quale è presidente. È soddisfatto come può esserlo un bibliofilo che vede portato a termine un suo progetto. Con il volume sulla scrivania è pronto a svelarci la vera storia dei Diari, quella che nessuno ha finora mai raccontato.

«Alla fine del 2006 un libraio antiquario di Bellinzona mi ha segnalato l’esistenza di alcuni autografi mussoliniani depositati nello studio dell’avvocato Gabriele Ferrari di Chiasso. Spinto dalla curiosità sono andato a vederli, pensando fossero lettere e carte sparse. Dalla cassaforte sono invece uscite cinque agende. Il professionista me le ha proposte a una cifra vertiginosa. Non mi ha detto di chi fosse la proprietà degli scritti ma me ne ha garantito la legittimità del possesso. Me ne sono venuto via, dopo aver fatto alcune fotocopie, utili per un eventuale expertise». Alcuni mesi più tardi il senatore Dell’Utri riceve una telefonata da un signore che non conosce, un imprenditore di Prato. «Mi disse di avermi visto in tv, da Vespa. In quell’occasione avevo portato con me le fotocopie fatte durante la visita all’avvocato Ferrari. Mi chiese di riprendere a suo nome la trattativa che nel frattempo si era arenata a causa dell’altissima richiesta. Dopo lunga discussione sono riuscito a ridurre l’esborso a una cifra più accettabile. L’acquirente, assistito dall’avvocato Niccolò Rositani, portata in porto la trattativa, ha poi voluto depositare i diari presso la Fondazione “Biblioteca di via Senato”, dove ora si trovano e saranno messi a disposizione degli studiosi».
Ma la vicenda non finisce qui. Dell’Utri sostiene di non conoscere personalmente ma di sapere di chi fosse la reale proprietà dei Diari. Le voci dicono che queste carte erano in possesso dei figli di Renzo Bianchi (appartenente alla brigata garibaldina di Pier Bellini Delle Stelle, il famigerato «Pedro»), uno dei partigiani che arrestarono Mussolini a Dongo. È noto infatti che in quell’occasione il Duce riuscì a conservare con sé solo una delle due valigette diplomatiche con cui viaggiava. Sembra che Bianchi tenne per sé i Diari fino alla morte, lasciandoli poi in mano ai figli.

Parte della storia è narrata anche nell’ampia introduzione del volume, in cui si dà pure conto del dibattito suscitato dalle agende mussoliniane. La posizione di equilibrio assunta della Bompiani, e suggerita dallo stesso Dell’Utri, è stata quella di non schierarsi ma di rappresentare, nell’ampia prefazione (non firmata, ma del giornalista del Corriere della sera Enrico Mannucci), tutte le vicende delle perizie storiche, grafologiche e fisico chimiche favorevoli e contrarie che si sono succedute fin dagli anni Ottanta. Questi Diari in effetti non sono una scoperta assoluta. Già da molti anni circolavano agende attribuite a Mussolini, per lo più bollate come apocrife.
In questo caso si tratta di cinque agende della Croce Rossa, riferibili al quinquennio 1935-39, vergate fittamente, con tratto veloce ma regolare. Alcune pagine dei Diari mettono in rilievo un Mussolini dal volto umano, come si nota nella prefazione: «romantico e sentimentale, quasi crepuscolare, che ama annotare intime impressioni, stati d’animo, desideri; è un uomo solo, solitario e misantropo». Ironico piuttosto che bellicoso, freddo nei rapporti con Hitler e infastidito dalle pose di alcuni gerarchi fascisti (fra cui Achille Starace). Ma anche pagine commoventi: come quelle sulla malattia della figlia Anna Maria o della morte di Bruno. «Difficilmente un falsario - nota Dell’Utri - avrebbe potuto entrare così in profondità nell’animo di una persona».

Un aspetto è però significativo. Nella querelle scoppiata sulla autenticità o meno dei Diari sono per lo più gli storici italiani (Giovanni Sabbatucci, Emilio Gentile e altri) a negarne l’autenticità, mentre gli anglosassoni (Brian Sullivan, Denis Mack-Smith, Nicolas Barker) sono su posizioni più possibiliste. Che tali diari siano esistiti è una certezza, confermata da numerose testimonianze anche di prima mano (il figlio Vittorio, la sorella Edvige, Giorgio Pini, ecc.).
Intanto, in attesa delle pubblicazioni degli altri volumi (che usciranno a cadenza semestrale) a Dell’Utri è stata proposta un’altra agenda, quella riferita all’anno 1942. Senza copertina ma stessa carta e stessa scrittura: «Ci troviamo di fronte a una medesima partita». Solo la provenienza è differente: il possesso è di due imprenditori svizzeri che vogliono rimanere anonimi. «L’ha acquistata?». «No. Ma sono in trattativa».