Vi mettereste in salotto un’opera come questa?

Del dito di Cattelan si è già parlato fin troppo, ma è forse doveroso aggiungere che, nel panorama della scultura del nuovo millennio, quell’opera è considerabile fin troppo tradizionale. Per accorgersene basta varcare la soglia della Fondazione Pomodoro che oggi inaugura una mostra sulla scultura italiana del XXI secolo a cura del critico Marco Meneguzzo. Consideriamo anzitutto archiviato qualsiasi canone della scultura propriamente detta, ovvero quella che «dà forma a un oggetto partendo da un materiale grezzo» e che, fino a tutto il Novecento, ha visto privilegiare dagli artisti pietra, argilla, metalli e legno. Dimentichiamoci pure il «soggetto», sia esso realistico o minimalista ma comunque evocativo di un’idea che parte da una forma. Oggi il termine che domina la scena, e che ha sostituito l’oggetto-scultura, è l’«installazione», ovvero una creazione che nasce dall’assemblaggio di materiali già esistenti e in genere occupa grandi spazi, strizzando l’occhio all’architettura. Ci si gira intorno, ci si cammina dentro e si cerca di afferrarne il senso. I materiali, dicevamo, possono essere i più disparati, dalla carta di giornale alle buste della spesa, dagli animali imbalsamati alle lattine di coca cola. L’importante è l’idea, ma non solo: bisogna divertire e tentare di emozionare. «Quelli che ci riescono sono quelli bravi, mentre gli altri pascolano nell’illusione che il loro racconto riguardi tutti» dice Meneguzzo che ha messo insieme i maggiori talenti prodotti in questi anni dal Belpaese, senza trascurare le star e i decani. Come il famigerato Cattelan che qui espone uno dei suoi celebri cavalli a metà, o Vanessa Beecroft che dalle sue celebri modelle fotografate è recentemente passata alla scultura, o ancora Gianni Dessì che mette in mostra una gigantesca mano di vetroresina. Va anche detto che oggi non necessariamente scultori si nasce ma si può anche diventare, come dimostra non soltanto il caso della Beecroft ma anche del graffitista Bros che ha piazzato sull’obelisco di Arnaldo Pomodoro una gigantesca sigla «Art» in tre dimensioni. Al di là di forme e contenuti, una cosa è certa: la scultura del nuovo millennio è difficilmente collezionabile se non si possiedono grandi spazi interni o esterni. «Infatti rispetto al passato la committenza è completamente cambiata - dice Meneguzzo - e se oggi è scomparsa l’idea di monumento (anche per mancanza di fatti da ricordare), lo spazio urbano è stato sostituito da luoghi semi-pubblici, come le grandi hall». Poi c’è il problema, non indifferente, della comprensione di opere spesso inintellegibili senza l’aiuto di buone didascalie. «Molto dipende dalla qualità degli artisti ma, come si evince in questa mostra, i nuovi scultori non trascurano l’aspetto estetico e il virtuosismo. Diciamo che rispetto alla scultura tradizionale, la forma e la materia sono state soppiantate dalla narrazione, ovvero da una storia raccontata attraverso l’assemblaggio di oggetti che dialogano con e attraverso lo spazio». Non mancano artisti che si cimentano con la citazione, mettendo in luce indiscutibile tecnica come nel caso della Madonna scheletrita di Bertozzi&Casoni. «A confronto con la precedente esposizione sulla scultura del XX secolo, dove l’impatto visivo era dominato dal bianco del marmo e dai bruni del bronzo, questa è una mostra coloratissima e ricca dei materiali più dispariati». Nella top ten della nuova scultura italiana, molti nomi noti dell’arte contemporanea, come Stefano Arienti, Perino&Vele, Chiara Dynys, Loris Cecchini e Paolo Canevari.