Vi racconto la mia vita da sindaco

Vittorio Sgarbi racconta il debutto da primo cittadino: "In questo paese che il terremoto trasformò in una città di fantasmi scateneremo un nuovo Sessantotto. Un laboratorio di politica e creatività. Ricco di sogni"

Rispetto a Roma la città di Salemi si dichiara «libera et immunis». Ancora oggi la sensazione di Titta Lo Jacono, studioso di ebraismo, è che a Salemi ci sia un’aria diversa, tanto da scrivere: «Ho ritenuto che la “specificità” degli abitanti di Salemi meritasse il tentativo di ricercarne le origini. Il mio vagare nelle antiche stradine della judaica Salem mi riporta a una Salemi isola di libertà, nel mare di oppressione che per secoli sommerse l’isola». Oggi, senza influenzarsi reciprocamente, Philippe Daverio e Oliviero Toscani reclamano per la loro convinta presenza a Salemi, ragioni epocali, e commemorative. E non tanto, fra due anni per il centocinquantesimo dell’unità d’Italia, proclamata da Garibaldi a Salemi, prima capitale d’Italia, nel 1860, ma, fra meno di un anno, per il centenario del Futurismo che si rianima e si «riprende» grazie al gruppo di persone che con me, a Salemi si muove con spirito d’avanguardia e d’avventura. Non per caso si agita a Salemi un assessore al nulla, il «neofuturista» Graziano Cecchini che, con un colpo di genio e per un tempo breve nella realtà ma lungo nella memoria, ha «arrossato» la Fontana di Trevi. Toscani, poi, esaltato da una libertà imprevista, o mai prima vista in politica, mi assicura che a Salemi si celebra un nuovo Sessantotto che, per lui e per me, vuol dire la rivolta della giovinezza trasferita dall’esperienza individuale alla mobilitazione sociale. Mi sembra tutto vero. E tanto più paradossale perché ci appoggiamo, con idee amate e condivise dai cittadini, su un blocco politico di radice democristiana. Di cui nessuno pensa di irridere i valori, ma che è molto lontana dalle posizioni miei e dei miei compagni d’avventura, tutti autenticamente entusiasti, e molto compiaciuti delle tradizioni ebraiche di Salemi e anche delle testimonianze arabe nel vasto quartiere di Rabato. Come i cittadini di Salemi anch’io sono confortato e rassicurato dalla convinzione non superficiale di Toscani, di Daverio, di Cecchini, di Glidewel, di Carlo Petrini, di Marco Vitale, del principe Bernardo Tortorici, di Patitex, del ministro Bondi, di Alain Elkann e dei giornalisti di importanti testate come il Corriere e l’Independent che seguono questo strano laboratorio di politica e creatività, divenute una cosa sola. Prima ancora che s’inizi a programmare un futuro certamente vivace, al di là delle condizioni difficili, della città prima che dei cittadini. I quali sono veramente singolari e curiosi, non solo di noi ma anche per sé e insolitamente ottimisti e determinati, anche se non sembrerebbero averne motivo. Ho riconosciuto anch’io, come Lo Jacono, la «specificità» degli abitanti di Salemi. Felici come vengono descritti dai giornali, non solo per la «festa mobile» che li ha travolti e li travolge, ma anche per potere affidare i loro desideri a occhi alati che li possono portare lontano, dopo aver subito tutto, e, da ultimo, l’insulto a un paesaggio meraviglioso delle orride pale eoliche.
E non si può dimenticare, lo si vede in ogni punto della città, pur bellissima, e io lo richiamo all’euforico Toscani, che il 1968, per Salemi non significa l’anno della rivolta studentesca e dei mutamenti sociali che ne derivarono, ma il terremoto del Belice, dalle cui rovine è risorta Gibellina, centro universale dell’arte contemporanea, ma non Salemi che, non abbattuta, ha visto abbandonato il suo centro storico. Così, negli anni, e più ancora nel dopo-terremoto, invece di rinascere, Salemi è diventata una città di fantasmi. Poi, architetti in diverso modo hanno trasferito in questo teatro vuoto le loro utopie, insufficienti a consolare gli uomini e a sospingerli a riabilitarla. Anche noi ora addensiamo sulla città addormentata i nostri sogni. Ci viene affidato un castello appena restaurato; ci possiamo perdere nel meraviglioso giardino di Villa Ragut. Ma ovunque giriamo lo sguardo vediamo i segni della cattiva edilizia che ha seguito il terremoto. Interi quartieri diruti e alcuni scorci risarciti tra la Chiesa Matrice e la Chiesa di Sant’Agostino. Anche il Comune, in piazza Dittatura, è in abbandono. E questa realtà difficile e contrastata ci sovrasta. Ma alcuni vantaggi sono che, nell’assenza di turismo, in spazi come pochi altri tipici, non vi sono prodotti «tipici» del folklore, negozietti di varie porcherie. La città appare severa e integra nello spirito, così come lo sono i suoi abitanti, per cui anche la politica non è prevedibile né riducibile agli schieramenti che prevalgono altrove. Originale, singolare Salemi. Nel passato essa fu legata a una leggenda maledetta: unni viditi muntagni di issu, chissa è Salemi, passatici arrassu: sunni nimici di lu crucifissu e amici di satanassu (dove vedete montagne di gesso, questa è Salemi, costeggiatela da fuori: sono nemici di Cristo e amici di Satana). Oggi essa è mitigata dalle parole di Baldo Caradonna: «Insigne professore, desideravo informarla che da quando c’è lei a Salemi si respira un entusiasmo pazzesco! Tutti escono, bevono, ridono, le dono sono più scollacciate e disponibili. Ricevo continuamente telefonate da tutta la provincia! Il paese sembra uscito da una profonda catalessi!». Questo accade e certo per caso più che per scelta di arguti politici locali e mia. Io ho accettato di fare il sindaco. Ho immaginato che dal primato garibaldino si potesse ripartire, dimenticando l’onta delle presenze della mafia, spesso evocate a Salemi (com’era forse inevitabile: giacché essa fu città importante per la massoneria, di cui spesso, erroneamente, i teoremi dei magistrati indicano la contiguità con la mafia), e le ferite del terremoto così tristemente evidenti. Guardare avanti e compiacersi delle bellezze infinite dall’incontenibile paesaggio alle testimonianze della Magna Grecia, Segesta, Selinunte, Mozia. E ancora, Marsala, Mazzara del Vallo, Castelvetrano, Erice, il bellissimo centro storico di Trapani, San Vito lo Capo, Scopello, Castellammare del Golfo, tutto vicino e tutto dominato dall’altura di Salemi. A sigillare la tragedia del terremoto, infine, il grande Cretto di Burri, a Gibellina. Un universo. Così tornare non è una fatica ma un piacere, e accresce la vitalità. A piazza Alicia ogni volta, nei giorni e nelle notti; o a Mokarta, o a Villa Rubino o nelle contrade di Ulme, di San Ciro, della Cuba, di Pusillesi, dove si onora il pane di San Giuseppe, o anche nella bassa piazza Padre Pio, spira un vento che non ho mai sentito altrove e che rende Salemi più di ogni altra città amena e temperata, bella per sé, senza artifici (così all’assessore al nulla ho detto: «Venti, non eventi!). Ecco, quando ne riparto porto con me nostalgia di quel vento che è quello del desiderio e della speranza.