«Vi spiego Expo con un videogioco»

«Eventi come l’Expo rappresentano sempre dei buoni momenti per i creatori di games: sono situazioni che generano sfide e che spingono a riflettere su argomenti importanti e complessi, come quello del cibo e del nutrimento del Pianeta. Sarebbe bellissimo creare a Milano un gioco che simuli come funziona la catena alimentare ed educhi la gente a comportamenti consapevoli». Parola di Jane McGonigal. Poco più che trentenne, bionda, americana di Philadelphia, è la più nota game-designer al mondo e dirige la ricerca e sviluppo del settore giochi per il prestigioso Institute for the future di Palo Alto, in California. È a Milano, dove ha assistito alla partita del Milan domenica scorsa e girovagato con curiosità per corso Como alla ricerca di outlet «cool», perché domani (ore 19, ingresso libero) al Museo della Scienza e della Tecnologia spiegherà anche al pubblico italiano la sua provocatoria tesi: i giochi (digitali e non) ci rendono migliori. Sull’argomento è appena uscito in Italia il suo «La realtà in gioco» (Apogeo editore).
Jane McGonigal, perché i games aiutano a vivere meglio?
«I gamers (così Jane chiama gli appassionati di giochi digitali, ndr) sono spinti dall’ottimismo: hanno voglia di affrontare una sfida, si lasciano coinvolgere dall’argomento, spesso si entusiasmano e studiano ore per poter avere strumenti migliori allo scopo di avanzare nei vari livelli di gioco. Inoltre i games stimolano la socializzazione, soprattutto quelli dov’è richiesta la collaborazione di più giocatori. Lo sa che alcuni ricercatori hanno dimostrato che i giochi digitali sono più efficaci di un antidepressivo?».
Lei dice che bisognerebbe giocare 21 miliardi di ore la settimana: è una provocazione, vero?
«No, affatto. Sostegno che se tutti, e non solo i ragazzi, giocassimo almeno un’ora e mezza al giorno dedicando un’ora alla settimana a giochi “seri” come quello che ho creato per il World Bank Institute (utile per riflettere sulla povertà e per incrementare le condizioni di vita dei Paesi in via di sviluppo, ndr), il mondo sarebbe un posto migliore».
È difficile convincere la gente che un giochino fatto sul cellulare possa provocare importanti cambianti.
«Non capisco perché si confondano sempre i games con i videogiochi: giocare non significa necessariamente stare difronte a un computer o a uno smartphone per ore. Solo per citare un esempio, uno dei games che preferisco è basato sulla danza, e spinge la gente ad esibirsi in pubblico, per vincere la propria timidezza. L’aspetto più importante dei games è che allenano il nostro cervello a risolvere i problemi in modo creativo, fuori dagli schemi e attraverso la collaborazione tra i vari giocatori. Chi gioca abitualmente sviluppa tutte queste abilità anche nella vita reale e senza dubbio migliora la sua personalità. La vera sfida ora è quella di creare games “seri” per puntare a risolvere i problemi di oggi: la povertà, il cancro...».
Addirittura. Lei è molto ottimista.
«Certo che lo sono: sono una gamer! Il mio obiettivo è far sì che una qualsiasi persona comune giochi e, proprio perché riesce a risolvere un game molto difficile, magari basato su problema scientifico ancora aperto, sia candidata al Nobel per la medicina, la chimica o la biologia. Accadrà, magari tra trent’anni, ma accadrà».
Cosa risponde a chi giudica i giochi solo un passatempo?
«I giochi esistono da quando esiste la civiltà, sono indizi e indicatori del futuro. Non sopporto chi giudica i gamers dei pigroni che passano il tempo a smanettare sul pc: il gioco, se ben vissuto, non è una fuga dalla vita reale o sintomo di accidia. È esattamente il contrario: è voglia di provare sensazioni forti, di scoprire cose nuove, di impegnarsi per raggiungere un obiettivo. In una parola, di diventare migliori».