Qualche lettore scrive a proposito di Berlusconi: «Che succede? Prima rilancia il governo di larghe intese, poi manda messaggi al centrosinistra sulla legge elettorale, infine fa il buonista con Biagi». E si domanda: il leader di Forza Italia vuole l’inciucio o più semplicemente non ha più voglia di lottare? Qualcun altro maliziosamente chiede: non sarà l’affare Telecom ad averlo reso più conciliante?
Capisco che una parte di elettori del centrodestra ami il Cavaliere duro e puro. Se lo vede scendere dalle barricate, sospetta che si prepari ad accordarsi con D’Alema. Anche noi lo abbiamo invitato più di una volta a non farsi abbindolare dalle sirene sinistre e a tenere alta la guardia. Ma l’idea che Berlusconi si sia ammorbidito perché mira al 5 per cento di Telecom mi pare una bischerata bella e buona: se volesse fare affari gli basterebbe rinunciare alla politica e – sono certo – metà degli ostacoli che il suo gruppo incontra sparirebbero d’incanto. No, i telefoni non c’entrano. Piuttosto penso che le uscite dell’ultima settimana siano frutto di un ragionamento che tiene conto di quello che sta succedendo e soprattutto del disfacimento della maggioranza prodiana. Una disgregazione che non necessariamente provocherà la caduta del governo. Anzi: nonostante l’esecutivo guidato da Prodi sia già morto, prova ne sia che non riesce a governare ed è costretto a chiedere al Parlamento di non fare il suo mestiere, il referto di avvenuto decesso non è stato ancora stilato e potrebbe non esserlo per mesi o per anni. Prodi rischia di essere imbalsamato perché nessuno nel centrosinistra è in grado di seppellirlo. E siccome Berlusconi non ha nessuna voglia di finire imbalsamato insieme col suo avversario, credo abbia deciso di giocare a fare il Cavaliere di lotta e di governo, sfruttare soprattutto l’arma della legge elettorale e – se questa non andasse – il referendum.
Mi spiego: se la spallata non arriva in fretta – e io non credo che possa giungere in tempi brevi, visto anche quel che sta accadendo nella Cdl a Verona e dintorni – qui si rischia di tenerci il sarcofago di Prodi fino alla fine della legislatura e di perdere la straordinaria occasione di fare le riforme (tasse, pensioni ecc.) in un momento in cui l’economia ha ripreso a tirare. Per liquidare il Tutankhamon di Bologna non c’è dunque che una via, quella della legge elettorale, legge che per essere efficace deve però spazzar via i partitini. Ma vi pare che una maggioranza che si regge sui partitini possa varare una riforma che li cancella? Ovviamente no. Dunque: se si lascia il pallino in mano a Prodi, la legge non si fa e lui non si schioda da Palazzo Chigi. Ma se si fa balenare l’ipotesi di un aiutino da destra, c’è una minima possibilità che D’Alema e compagni si convincano a fare piazza pulita di Verdi, Mastelli e Di Pietri vari. Beh, mi rendo conto che per far ciò ci vorrebbe qualcuno, a sinistra, che abbia coraggio, e D’Alema, nonostante sia stato soprannominato Spezzaferro, al massimo può spezzare Fassino il grissino.
Dunque? Dunque credo che alla fine la riforma elettorale non si farà e allora Berlusconi avrà la possibilità di abbracciare il referendum e di dire: io la riforma la volevo, ma la sinistra non c’è stata. Il referendum come ripiego non sarebbe male: anzi, potrebbe avere lo stesso effetto di uno tsunami, sradicando un po’ di cespugli, Verdi o rinsecchiti che siano.
Forse i miei ragionamenti vi sembreranno fantapolitica.
Vi svelo il mistero di Silvio "buonista"
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