Viaggio tra lingue vecchie e nuove del Continente

O tempora o mores: oggi in Italia (e non solo) si parla globish, un misto di franglais (francese-inglese); japlish (giapponese-inglese), spanglish (spagnolo-inglese) e così via: una Babele di idiomi che la dice lunga sul grado di contaminazione linguistica della nostra società. Nella sola Milano si parlano una settantina di lingue, al primo posto lo spagnolo, seguono arabo, filippino e cinese (Decisamente out l’inglese e il tedesco).
In questi anni oltre ai neologismi di uso planetario, con orrore dei puristi della lingua, sono nati una serie di nuovi idiomi di evidente ispirazione globale, che partono dall’ultimo arrivato Europeese (un linguaggio semi-ufficiale a base di termini economico-politici esibito dai vari euro-onorevoli-deputati durante le sessioni parlamentari) che non ha nulla a vedere con il surrale Europanto, inventato da Diego Marani, scrittore e traduttore in quel di Bruxelles, che a sua volta ha soppiantato il sorpassato Esperanto. In tempi fusion, etno-global, pluriculturali, chiamateli come volete, il Wienerschnitzel si accompagna al curry, il cous cous alla cassoela e i carciofi alla romana al sushi (che ormai non si scrive neanche più in corsivo).
Dunque, perché stupirsi se in metrò una cino-filippina in corsa chiede a una sciura meneghina: «Dov’è pel favole the train por Cessate», e l’anziana milanese risponde a tono: «Mi su no, l’è per cas quel negossio del McBurghy? Mi capisi no ’sti stranieri che parlan no l’italiano». Insomma, per chi volesse approfondire l’argomento, suggeriamo la lettura di «Lingue d’Europa» di Fiorenzo Toso (Baldini Castoldi Dalai, pp. 610, 17.50 euro), un viaggio tra le lingue del Vecchio Continente parlate da baschi e ceceni, corsi e kosovari, ma anche lapponi e aromuni, ruteni e aranesi, e poi, in Italia, walser e tirolesi, tabarchini e arbëresh, di fatto le minoranze di un’Europa babelica raccontate in questo volume importante (e serio). Per studiosi e appassionati del genere, da non perdere.