Villa imperiale di Kyoto, così antica così moderna

Fino al 27 marzo, in esposizione gli scatti di Matsumura, progetti e scritti di storici e architetti che l’hanno studiata

Igor Principe

Abituati alla grandeur dei palazzi reali europei, si rimane disorientati a vedere nella villa di Katsura una residenza imperiale. Niente stucchi, sfarzi, scuderie o dependance. Al loro posto legno e forme essenziali, immersi nell'atmosfera di pace della campagna giapponese appena fuori Kyoto. Perché quello che conta davvero, nel Paese del Sol Levante, è l'equilibrio. Lo si capisce leggendo il libro Katsura, la villa imperiale, curato da Virginia Ponciroli (Electa), da cui è tratta la mostra in programma al Politecnico di Milano da domani al 27 marzo, presso la facoltà di Architettura Civile del dipartimento della Bovisa (via Durando 10).
Una rassegna fotografica ad opera di Yoshisharu Matsumura, che segue a distanza di due anni il suddetto volume, in cui alle immagini si aggiungono gli scritti di architetti e storici che nel corso degli anni si sono occupati dell'edificio. Calibri quali Arata Isozaki, Walter Gropius, Francesco Dal Co (che insegna storia dell'architettura a Venezia e inaugurerà la mostra con una lezione sul tema). Tra tutti, citazione d'obbligo per Bruno Taut, cui negli anni ’30 del Novecento si deve la «vera» scoperta della villa.
«Vera perché è grazie a lui che su di essa si accende l'interesse degli studiosi, sia europei che giapponesi», dice Federico Bucci, docente di storia dell'architettura al Politecnico e tra i coordinatori della mostra (i curatori, Fernanda De Maio e Alberto Ferlenga, la produzione dell’Università di Venezia). «In fuga dalla Germania nazista e dall'Urss comunista, Taut sbarca in Giappone - prosegue Bucci -. Il giorno del suo compleanno, visita la villa e ne rimane estasiato. La descrive, ne realizza alcuni schizzi e ne elabora un'interpretazione in chiave modernista che finisce per ispirare anche gli studi dei giapponesi». La villa ha una storia antica che comincia nel 1615, anno in cui si pone la prima pietra, e prosegue avvolta nel mistero. «Seguono tre, o quattro fasi di costruzione, e la figura cui attribuirne la paternità non è certa. In essa è indubbia la presenza di una radice di stile popolare. Ma essendo dell’imperatore, deve esprimere istanze precise: l'amore per la vita di campagna come luogo in cui rigenerarsi e trovare l'equilibrio tra pratiche quotidiane e spirito».
Per Taut, ciò avviene nel migliore dei modi. Dai locali di servizio alle stanze di soggiorno, tutto ha la forma e le dimensioni di quell'equilibrio. «Si può definirla la "casa de pensiero giapponese" - conclude Bucci -. Nei suoi locali, e nei nomi di essi, si coglie al meglio l'intima essenza dell'affascinante e profonda cultura del Paese. Inoltre la villa non ispirò solo interpretazioni moderniste. Molte delle soluzioni di Frank Lloyd Wright, per esempio, traggono da lì la loro radice».