Virdis, cannoniere in cantina che sogna di tornare «mister»

L’ex bomber ha un negozio di prodotti e vini della sua Sardegna ma ha nostalgia della panchina

Le bottiglie più difficili da prendere sono negli scaffali in basso. Piegare le ginocchia in un locale non è un’operazione così semplice se hai giocato da 16 a 34 anni in serie A (101 gol). Eppure è il «calcetto» che ha messo a dura prova le cartilagini di Pietro Paolo Virdis, il «centravanti coi baffi» (oggi bianchi): «La voglia di continuare a far due tiri con gli amici, senza tante perdite di tempo». Senza la preparazione, il pressing e tutta l’organizzazione tattica che stava dietro il Milan di Sacchi, che Virdis si trovò a «svezzare» già sulla trentina.
Ancor più dell’altra «v» rossonera, quella di Van Basten, la «squadra perfetta» la fece decollare lui; con una favolosa doppietta che coronò - nello scontro diretto - la rimonta sul Napoli di Maradona. I tifosi hanno memoria. Su e-bay si trova ancora - 7 euro - il poster della sua corsa a braccia allargate ad abbracciare il San Paolo, che applaudì i vincitori.
Oggi quella «v» è il marchio della sua enoteca a Milano, in zona corso Sempione: «Il gusto di Virdis». I prodotti - sardi e non solo - li sceglie personalmente nei suoi viaggi. Il gusto per vini e buona tavola lo ha sempre avuto, ma non lo hanno mai chiamato «il grasso», sorte che è toccata ad altre grandi punte: 183 per 73 chili, silhouette asciutta, aveva una passione da intenditori: «Non da gaudenti. Si usciva sì, eravamo giovani, ma senza esagerazioni». Era un momento di passaggio fra il calcio romantico - con le maglie da 1 a 11 - e l’era di tv e contratti pubblicitari. Ci sta ancora dentro con un piede, ma non è entrato come altri dalla porta principale. Non c’era una panchina prestigiosa ad aspettarlo: «Mi sono preso un periodo per me, ho fatto molte cose che non avevo potuto provare. Ho viaggiato».
In uno di questi viaggi ha conosciuto Sai Baba, diventandone seguace. In negozio tiene una foto del santone in una piccola cornice accanto alla cassa, sopra il tavolo con i giornali sportivi aperti sul calciomercato. Ha un anello vistoso e un orologio ricevuto in dono dal mistico indiano, ma non ne parla troppo volentieri («sono cose personali»).
Dopo ha seguito i corsi «da mister». Nove anni fa ha allenato l’Atletico Catania, la seconda squadra etnea, in C2. «Una situazione complicata». Poi ha rotto con il presidente: «Mi piacerebbe avere un’altra opportunità, io sono pronto», dice, forzando un po’ l’orgoglio, lo stesso per cui disse quel famoso «no» alla Juve. Un rifiuto che fece storia, e precedente giuridico (da allora i calciatori devono firmare per essere ceduti). Intanto commenta le partite in tv, con dichiarata predilezione per Milan e Cagliari.
È nato 51 anni fa a Sassari, solo per caso. I suoi vivevano a Sindia, piccolo Comune del Nuorese, e l’ospedale più vicino era quello. Nuoro, Cagliari, Juve, Udinese e Milan le sue squadre: 365 partite in A, l’ultima a Lecce, ma ha scelto di vivere a Milano, dov’è nato suo figlio: «Ho preferito stare qui, è una città viva, piacevole». Nostalgia isolana? «Ci torno ogni due settimane a commentare le partite casalinghe del Cagliari. Più si sta lontani più si sente la mancanza, ma appena si torna a casa quello che manca sono i ritmi della città».
Milano: venti anni fa era diversa: «Più spensierata, forse, oggi c’è più paura, non quanto reale e quanto percepita». Ha vissuto qui gli anni di «Mani Pulite»: «Ricordo l’ansia di moralizzazione, non so quanto sia rimasto, e quanto sia stata profonda quella pulizia». Con gli altri giocatori della «squadra perfetta» il rapporto è sporadico: «Come fra compagni di scuola, vedersi è una gioia, ma non ci frequentiamo». Il presidente di quel Milan perfetto, Silvio Berlusconi, lo vede nelle rimpatriate fra vecchie glorie: «Ricordo il suo entusiasmo travolgente, il suo continuo movimento fisico e mentale». S’illumina quando parla di Donadoni: «Un ragazzo d’oro, e un gran giocatore, metteva dei cross perfetti».