La vita non è una proteina

Per tutta la loro storia, antica ormai di milioni d’anni prima gli ominidi poi gli umani hanno coltivato la sacralità della morte. Fino agli ultimi decenni i cadaveri di quelli di noi passati - si spera - a vita migliore venivano esposti, esibiti alla commozione dei vivi, parenti, amici, sconosciuti, persino bambini. È da poco che, con una rivoluzione culturale minimamente conscia, e studiata, alla sacralità della morte abbiamo sostituito la sacralità della vita: da qui le appassionate discussioni sugli embrioni, sugli aborti, sull’eutanasia, che decenni, secoli e millenni addietro non avrebbero mosso interesse alcuno. A rovescio, la morte e la visione di qualcuno che era e non è più sono diventati eventi intimi e privati da trattare con pudore, discrezione e riservatezza: poche e sempre meno sono le bare esibite ancora aperte ai dolenti o ai curiosi, e tampoco ai bambini. È una trasformazione epocale, e preziosa perché plaude alla vita ora e qui più che agli incerti futuri in cosmi ideali.
Allo stesso modo, ma quanto più lentamente, l’umanità sta evolvendo verso il rispetto del dolore e del corpo altrui, a chiunque appartenga. Le offese alla dignità e alla carnalità di prigionieri iracheni (o di chiunque a chiunque) nella famosa prigione per fortuna ci ripugnano e ci sdegnano: ma sono ben poca cosa rispetto a quanto accadeva nel passato e sembrava attività ovvia, giusta e normale, financo l’usanza di popolazioni primitive che nel corso di lunghi trasferimenti o esodi, portavano con sé prigionieri di tribù altrui e se ne nutrivano secondo occorrenza: oggi staccando un braccio e cauterizzando la ferita con il fuoco affinché il resto dell’uomo-cibo si conservasse fresco per il giorno dopo.
Un’altra evoluzione in corso, ma lentissima, riguarda i nostri rapporti con gli animali. Mammiferi, pennuti, pesci, molluschi, qualunque essere si muova nei cieli, sulla terra, nei mari per milioni di anni è sempre stato considerato dall’uomo - con brutalità pari a quella dei nostri antenati ominidi - soltanto una preda e un possibile cibo - più o meno buono o riottoso - ma del cui dolore non aveva senso interessarsi. Ma anche in questo caso la nostra sensibilità di specie privilegiata dall’intelletto ha quasi improvvisamente portato a una evoluzione straordinaria. Il nostro uso, quasi sempre crudele, verso la semi totalità delle specie è ancora feroce e indifferente. Il Mensch, l’Uomo, a mano a mano che impara a rispettare se stesso nel rispetto delle altre specie, comincia a interessarsi e operare anche per i diritti, la salvaguardia, la difesa o la conservazione di chi non ha avuto il bene darwiniano o divino del pollice opponibile, dell’andatura eretta, della grande scatola cranica o, a scelta, della predilezione divina.
Cosa voglio dire con questa orazion picciola? Diversi anni fa il Giornale ebbe la geniale stravaganza di pubblicare come articolo di fondo un pezzo in difesa - etica, prima ancora che animalista - dei poveri polli allevati crudelmente e con sadica indifferenza in feroci batterie capaci di ferire la sensibilità di qualsiasi essere, fosse pure una gallina. Ne nacque una discussione corale piena di se e di sì e di ma e di no, e ormai la comunità europea ha disposto che entro date a scaglioni le orribili celle di tortura dei pennuti non vengano più usate né costruite.
Sbaglia ora chi si aspetta, fra i lettori, un predicone per il mangiarvegetariano. Carnivoro io sono - per piacere mio e per quella connaturata ferocia che ci è stata immessa con il codice genetico quando la natura o chi per lei ha stabilito che l’intero sistema di vita del pianeta si basasse su quel io-mangio-te-che-mangi-l’altro che è la catena alimentare -. Una paillard mi eccita le papille del gusto, una milanese le fa fremere, il pollo ai peperoni come lo fa la mia mamma non lo fa nessuno, ma le ali di pollo come le fanno gli americani non le fa neanche la mia mamma. Dunque non è per spirito vegetariano che mi appello alla vostra sensibilità.
Ditemi, spero e vi prego, che anche voi siete presi da raccapriccio intellettuale e culturale, prima ancora che estetico e animale, per le impudiche e orribili visioni che ci vengono imposte in questi giorni e da giorni e giorni dalla stampa e vieppiù dalle televisioni. Miserabili resti di gallinacei e pennuti vari cui l’esistenza è stata recisa con un fendente di mano o di lama fra capo e collo, denudati e spennati, la tenera e ocheggiante pelle giallinrosa esposta tanto è lunga, ormai solo involucro di carni e viscere, quasi sempre appesa come una preda infima e numerosa a un gancio di macello o di negozio.
Insomma, l’esibizione del cadavere del pollo, spessissimo accompagnata nei telegiornali dall’attività sanguinaria di mannaie affilate che troncano e sezionano, tagliano e frantumano, visioni di ossa e sangue dei resti miserevoli di qualcuno che fu e che voleva essere e era, benché per sua sfortuna così indifeso e poco intelligente.
Non dico insomma di non mangiarli, anche se sani, ma di rispettare nei loro corpi abbattuti la nostra stessa evoluzione, che ha saputo fare della caccia allevamento e del cibo gastronomia. La cucina è un prodotto culturale, evoluzione, scienza, tecnica, storia e passione, a volte persino arte. L’esibizione della vita/morte ridotta a proteina - lumaca, quaglia o bue che sia - è pura bestialità selvaggia e primitiva da cui ci dobbiamo emendare. È per migliorare noi poveri uomini che dobbiamo risparmiare - a noi e soprattutto ai bambini, che vogliamo educare al disgusto per la violenza - l’oscena e ripugnante visione dei corpi che abbiamo ridotto a cadavere prima di farli diventare cibo. Il pollo è morto, viva il pollo.