Vita quotidiana allo specchio con «Bruciati dallo Xanax»

L’impossibilità di comunicare in due atti unici

Viviana Persiani

Un gioco di parole per racchiudere, con un solo titolo, due atti unici dello stesso autore. Bruciati dallo Xanax, infatti, in scena al Teatro Libero, può ad una prima lettura trarre in inganno lo spettatore che, in realtà, può gustarsi, in un'unica serata, due opere di Angelo Longoni, ovvero Bruciati e Xanax, due storie che sono anche, a detta dell'interprete Giulio Baraldi, due facce della stessa medaglia.
Di che medaglia stiamo parlando?
«Di quella che rappresenta una realtà schizofrenica, ormai quotidiana, che l'intera società affronta continuamente».
Perché un giudizio così severo?
«L'impossibilità di comunicare e la difficoltà ad affrontare con il giusto spirito certi problemi, hanno portato l'uomo moderno a sprofondare nell'oblio degli antidepressivi, tra cui lo Xanax, protagonista della seconda storia».
Cosa raccontano i due atti?
«Nel primo, Bruciati, una prostituta e il marchettaro si ritrovano in una stanza d'albergo con una valigia contenente 600 milioni di vecchie lire ma anche un morto sulla coscienza (il loro ultimo cliente). È l'occasione per riflettere sulle proprie vite, su una esistenza cui occorre dare una svolta. Xanax, invece, è ambientato in un ascensore dove due impiegati della stessa casa editrice si ritrovano rinchiusi. Ne scaturisce un lungo weekend di confessioni, dove entrambi si sfogano parlando di disillusioni e di sconforti».
Qual è il nesso tra le due storie?
«Le inquietudini e le atmosfere sono gli aspetti che accomunano i due atti. In entrambi vi è una rappresentazione lucida della realtà anche se filtrata da quell'ironia che è la chiave di lettura di tutto lo spettacolo».
È la soluzione per affrontare la vita nel giusto modo?
«Noi proponiamo il teatro come filtro ironico per interpretare la realtà quotidiana; senza drammatizzare, cerchiamo di proporre una probabile risposta. Non si tratta di girare col sorriso sulle labbra come spesso ci consiglia di fare la televisione, allontanandoci dalla concretezza; il nostro input è quello di analizzare le buie atmosfere nelle quali viviamo con la consapevolezza della contemporanea esistenza del bianco e del nero».
Caso isolato o caratteristica precisa del vostro modo di fare il teatro?
«Direi la seconda ipotesi; tanto è vero che abbiamo alle spalle uno spettacolo come Mobbing che è piaciuto molto al nostro pubblico perché si è trovato di fronte ad un autentico specchio della realtà che lo circonda».