«Voce Sola», ritorno alla primordiale vocazione della poesia

Greco antico, latino tedesco, arabo, francese, napoletano, inglese e bergamasco alla base di una vera opera lirica

Matteo Failla

Quando nasce un nuovo spettacolo che da subito si presenta difficile da definire, e sembra non poter rientrare in nessun canone teatrale o musicale, allora ci si trova di fronte ad una messa in scena innovativa, che nelle intenzioni potrebbe stravolgere, integrare o ridefinire ciò che abbiamo conosciuto fino ad oggi. È questo il caso di Voce Sola, in scena fino al 14 maggio al Crt Salone, un’opera di Cristian Ceresoli (liriche e composizione del dramma) e Antonio Pizzicato (voce e orchestrazione dei canti) che si avventura su piste non battute: non è teatro, non è musica, eppure è entrambi.
A renderlo un progetto interessante è il ritorno alla «vocazione della poesia», al lirismo delle parole, spesso maltrattate o tenute in poco conto in alcune rappresentazioni teatrali o musicali del panorama odierno.
I versi, in questo caso, non sono solo affidati alla lettura privata e in silenzio, ma già in partenza congegnati per avere un’esecuzione cantata, individuale e corale. Le parole sono cioè scritte «come se fossero musica»: il primo istintivo flusso di scrittura va a contenersi nella metrica, che con la sua matematica richiesta di precisione impone il rispetto dei ritmi, tempi e delle misure, creando così uno «spartito di parole», pronto per essere suonato come fossero delle note musicali.
Uno spettacolo che contiene 7.013 parole, una messa in scena che gli stessi autori hanno deciso di nominare opera lirica, sebbene ammettano di «non aver ancora del tutto chiaro di cosa si tratti veramente»: è un poema in versi dove la metrica prende forma di settenari, alessandrini, novenari, ottave e terzine dantesche a endecasillabi incatenati, ma che ospita anche elementari filastrocche, o lazzi, ballate, e periodi di prosa.
Tutto si svolge sul palco in una «libertà forzata» dalla metrica, che si nutre delle più disparate lingue quali il greco antico, il latino, il tedesco, l’arabo, il napoletano, il francese, l’inglese lo spagnolo, ma anche il bergamasco. Perché non è importante la provenienza della parola, piuttosto lo è il suo potenziale metrico e musicale: un vero trionfo del lirismo verbale.
Il significato, il suono, e il ritmo non sono dunque scindibili e identificabili, ma piuttosto elementi componenti la stessa materia fluttuante. Tutto si muove tra il noto e l’ignoto, tutto è racchiuso nel suono della voce dal vivo. E dalle liriche si compone il dramma, che anche in questo caso sceglie d’ispirarsi alla musica, e più precisamente alla tecnica musicale del Contrappunto.
È grazie ad esso che il coacervo di lingue può esprimersi nel suo primario significato, perché questa antica tecnica mette in rapporto più voci sullo spartito, non segue un unico pentagramma, ma lascia che ad esprimersi siano più «parole» musicali, che «parlando» in contemporanea creano un effetto esplosivo di idee che si esprimono simultaneamente: è come se più storie si stessero incrociando.
E così si porta in scena la storia di un uomo, la storia di un figlio, di una città, di un mostro, di una guerra, di una rivolta, di uno straniero o di un ragazzo qualunque. Ma sopra tutto questo regna la voce nelle sue multiformi colorature, nuda e naturale, senza alterazione digitale. Sul palco un leggio da musica, che sorregge parole al posto di note.