Il volo: "Io, oltre il muro del suono"

Virate e contorsioni sopra le Alpi: il racconto in prima persona dell'esperienza su un M346 da addestramento. La prova bilancia dice quant'è faticoso stare a bordo. in un volo si bruciano due chili

La prova della bilancia è forse la più stupida, ma dà l’idea di che cosa voglia dire star seduti per un’oretta scarsa, su un caccia d’addestramento dell’AleniaAermacchi: si bruciano due chili. Decollare in pochi secondi, essere sballottati a 5G (cioè 5 volte l’accelerazione della gravità terrestre), correre ad un soffio dalla velocità del suono e in pochi minuti sorvolare le Alpi, passando per la valle di Sondrio, per poi virare in Engadina, non è cosa di tutti i giorni. Ma andiamo per ordine e tralasciamo per ora la dieta.

Aermacchi è uno di quei gloriosi marchi che ci rappresentano ancora ottimamente in giro per il mondo. Oltre a produrre componenti per i grandi aerei commerciali (nacelles) costruisce addestratori per aerei militari: l’ultimo gioiello si chiama M346. Il principio degli addestratori è molto semplice: si tratta di quegli aerei che permettono ai piloti in erba (si fa per dire) di provare la meccanica, gli strumenti di volo, le tattiche di difesa e attacco, senza dover far levare in cielo i veri e propri caccia. Una questione di quattrini. Ma anche di insegnamento. L’M346 che ci hanno dato in mano (anche qui si fa per dire) è il secondo di due prototipi già costruiti. La particolarità di questo apparecchio è che addestrandosi con esso i piloti possono saltare sui caccia di quinta generazione senza grandi traumi.

Non si sale a bordo di un Aermacchi con un semplice check in. Il comandante Olinto Cecconello, un veneto che dimostra venti anni meno della sua vera età, ti ghiaccia subito: «Ha mai volato?». «Beh sì», verrebbe da rispondere. Ma è evidente che risposta giusta è: «No, veramente su un caccia militare che può andare alla velocità del suono, e le cui sollecitazioni fino a 7G possono schiacciare contro il seggiolino, non l’ho mai provato». Nel briefing che dura una mezz’ora, una lezione veloce di fisica e i comandi essenziali dell’apparecchio.

Si passa poi alla vestizione: tuta arancione, indumenti ignifughi, scarponi militari e poi tuta antiG e casco. Ad un passo dalla pista di Venegono (dove ha sede la Aermacchi) l’M346 sembra piccolo. Ma così non è, evidentemente. 6 tonnellate, un’apertura alare di quasi 10 metri e una lunghezza di 11,5. È alto dal suolo quasi cinque metri. Il nostro prototipo è grigio militare, ha due motori Honeywell, scelta inusuale ci dicono di questi tempi. Ma indispensabile per testare in volo situazioni limite: volo con un solo motore, senza motori e così discorrendo.

Salire a bordo di un caccia fa una certa impressione. Lo spazio è ristretto e la strumentazione, con tre monitor davanti, un display in linea con l’orizzonte, dà il senso di una macchina modernissima. Un po’ meno il seggiolino. C’è la famosa leva, tra le gambe, per la sua espulsione in caso di emergenza. Il comandante avverte di non giocarci troppo. Una volta tirata, non si atterra come in un film di James Bond. È l’unico comando dei moderni caccia che bypassa il computer. Insomma se si tira si è fritti. Mentre il comandante testa la macchina e immette i piani, vengo bloccato al seggiolino. Le cinghie strette, e un connettore di ossigeno alla maschera e alla tuta antiG.

In effetti a 10mila metri non si respira così bene e la forza G viene contrastata (ma fino a un certo punto) da questa tuta: il principio di funzionamento è piuttosto semplice. Nella tuta antiG, come in un canotto, viene immessa aria che fa pressione sul corpo ed in questo modo si contrastano (per un fattore pari a 2G) le sollecitazioni esterne. Per prova provata non c’è comunque tuta che tenga. Quando l’aereo fa virate strette e rapidi cambi di direzione si è incollati al seggiolino, e pur contraendo i muscoli del corpo, è difficile fare qualsiasi movimento e non perdere la lucidità.

Il capitano accende il primo motore, quello di destra, e poi velocemente il secondo di sinistra. In pochi minuti siamo al centro della corta pista di Venegono. È incredibile la forza con la quale si è sbattuti contro il seggiolino. In otto secondi e 400 metri, a tutta manetta, l’aereo è in volo. È la parte più difficile. La maschera ti stringe sulla faccia: e già abituarsi a respirare con quest’affare sul volto non è naturale. Qualcosa di simile ad un’immersione con le bombole, ma molto meno graduale. E poi l’accelerazione ti tira via il respiro e fa sì che i primi preziosi minuti siano riservati al respiro più che all’orizzonte. La visuale dalla postazione arretrata è semplicemente fantastica. Si ha l’idea di galleggiare nell’aria, sentendosi stretti in un’armatura. Si ha un’idea di invincibilità e solo a poco a poco si seguono le istruzioni del comandante. La regola di Cecconello è parlare e parlare. È l’unico modo che evidentemente il comandante ha di capire la lucidità del proprio passeggero.
Qualche minuto e si inizia a respirare. Il suono è attutito da casco e maschera e nessuno ci fa caso. La temperatura sembra perfetta anche in altezza: oppure è l’emozione. Il bello inizia quando il capitano inizia a tirare. Il gioco è semplice. Il comando arriva attraverso le cuffie della maschera. «Adesso legga con me la velocità a cui andiamo, sul display in alto a sinistra. Lo zero non si legge». E dunque inizio: «Punto 89 Mach, 90, 91, 92 qualche istante e ancora 93, 94 e 95». «Qua ci fermiamo - dice Cecconello - altrimenti a questa altezza rompiamo la barriera del suono. E comunque lei a questa velocità non c’è mai andato in vita sua». Ma non è finita. Sempre sulle Alpi, proviamo la resistenza alla forza G. Tra virate e contorsioni, arrivo a 5.3G. È una sensazione, che se presa come una sfida, è anche piacevole. «Tenga in tensione tutti i muscoli del corpo, più che può, in modo da attutire i G». È una parola. A 5G voltarsi per vedere le «ali che fumano» è uno sforzo pazzesco. Il collo sembra incollato al seggiolino: è come se ci si trovasse improvvisamente in una colata di cemento.

Tutti i più minimi movimenti diventano faticosissimi e si sente il sangue che ti batte come un ossesso. L’ultima virata è su Venegono, pronti per il touch and go. L’aereo punta la pista, in pochi secondi ci è sopra, il carrello è giù, si tocca il suolo e dopo quattro cinque secondi, il capitano ridà manetta e ci si rialza in volo. Un gioco da ragazzi per chi sa farlo. E poi di nuovo a casa.
È più facile salire su un M346 che scendere. La scaletta gialla ti sembra vibrare, ma sono le tue gambe, esauste per questa «passeggiata».