Ma (a volte) la cultura paga e a Milano è un business

La Triennale e il Museo della scienza sono esempi di patrimonio pubblico ben gestito Il segreto è l'organizzazione manageriale. La sfida del merchandising

Non succede quasi mai, ma succede. Succede che anche nello scombiccherato mondo degli enti pubblici sovvenzionati ci sia qualche fortunata eccezione. Pochi casi, in realtà. Eppure basta per pensare che ci sia un rimedio all'atavica indolenza degli assistiti di Stato, all'inesorabile bulimia dei mangiatori di soldi e alla fatale rassegnazione dei contribuenti spremuti. Pochi casi promossi dalla magistratura contabile, secondo parametri che sono la base di qualunque dottrina economica: avanzo di bilancio, crescita di patrimonio netto e - soprattutto - autofinanziamento.

Emblematico, in questo senso, è il caso della Fondazione «La Triennale di Milano», che nel capoluogo lombardo è sinonimo di arte, design e cultura, ma anche di industria e mondo produttivo. Ecco, la Triennale sembra essere uno dei rari esempi di best practice applicata al patrimonio pubblico. L'ultima gestione economica presa in esame dalla Corte dei conti, infatti, si è chiusa con un avanzo economico di oltre 180mila euro, un patrimonio netto a 3,2 milioni di euro (erano 3 milioni l'anno precedente) e con un «aumento significativo degli introiti derivanti dalla gestione di attività svolte in proprio». I magistrati contabili sottolineano che la Fondazione «come molte altre istituzioni culturali risente degli effetti del protrarsi della crisi economica. Tuttavia malgrado tali difficoltà si è adoperata per aumentare, in un contesto in cui tendono a ridursi le risorse pubbliche, la propria autosufficienza, intensificando le iniziative volte ad incrementare gli introiti propri ampliando e diversificando le coproduzioni e gli eventi culturali a carattere promozionale». Ovvero, ha fatto quello che fanno i più grandi musei del mondo. Ha aperto una caffetteria, un ristorante, un teatro, un negozio. Ha un'esposizione permanente, organizza eventi e ha osato creando un «brand». «Oggi - spiega Claudio de Albertis, presidente della Fondazione - tutte le più importanti aziende vogliono associare il proprio nome a quello della Triennale». Il contributo pubblico - circa 2 milioni e mezzo di euro da ministero, Regione, Comune e Camera di commercio - rappresenta oggi circa il 20% del bilancio, e a questo risultato si è arrivati «innanzitutto attraverso una gestione imprenditoriale e manageriale», insiste de Albertis. «Poi c'è una struttra che lavora con entusiasmo», quindi «un luogo effettivamente straordinario, che coniuga cultura e innovazione». La sfida, ora, è rinunciare anche a quel 20%. «Faremo un esperimento durante Expo - anticipa De Albertis -: il merchandising. Se funziona, arriveremo all'autosufficienza».

E positiva, finora, è anche l'esperienza della Fondazione Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia «Leonardo da Vinci» (ancora una volta a Milano), il più grande d'Italia e uno dei principali in Europa e nel mondo. Meno brillante della Triennale, ma la gestione dei padiglioni di via San Vittore appare comunque equilibrata. Il contributo in conto esercizio - ossia le spese di gestione per personale, affitti, elettricità eccetera - si è ridotto del 14%, mentre i ricavi delle vendite e delle prestazioni sono aumentati del 13,5%. Il Leonardo da Vinci ha visto ridurre gli assegni pubblici del 7,3% in quattro anni (2,8 milioni nel 2013), mentre nello stesso periodo i ricavi da biglietteria sono aumentati del 65%, e più in generale quelli da «prestazioni» (congressi, mostre temporanee, cessioni diritti, partnership e merchandising) hanno segnato un +10,6% (4,6 milioni nel bilancio preso in esame, circa 500mila euro in più dell'esercizio precedente). Insomma, la cultura paga. Che c'è di strano?