Volti e speranze ecco l’India del missionario

Francesca Di Biagio

Quell’India non esiste più, se non in qualche lembo della campagna più sperduta. Quelle immagini di povertà, di bimbi affamati, di lavoro rurale con mezzi primitivi si scostano ormai dalla realtà, e ciò anche grazie al contributo di chi, come padre Augusto Colombo, ha combattuto la miseria con la costruzione di case, scuole, ospedali e fattorie. A lui è stata intitolata una città, la Colombo Nagar, un tempo distesa di terreno arrido e sassoso, oggi sede di un’università di ingegneria che conta circa 1.300 studenti e laurea ogni anno tra i 120 e i 130 giovani. E a lui, e alla sua opera di reporter fotografico in un India tra il 1952 e il 1970, all’indomani del delicato passaggio all’indipendenza, il Pime dedica una mostra, allestita, fino al primo giugno, al Museo popoli e culture, in via Mosé Bianchi 94.
Una serie di scatti in bianco e nero di persone semplici in mezzo a cose semplici, di bambini malnutriti, di uomini alle prese con l’aratura dei campi e con l’estrazione del latte di palma, di bellissime donne della tribù nomade dei Lambadi, che nascondono la durezza dell’esistenza dietro l’abbondanza degli ornamenti in argento indossati al collo e ai polsi, documentano uno spaccato di vita difficile e problematico. Ritraggono la precarietà in cui versava, dopo la fine della dominazione britannica nel 1947, lo stato dell’Andhra Pradesh, in cui padre Colombo è presente dal 1952. Divenuta oggetto di contese tra il governo dell’India indipendente e il sovrano locale (nizam), deciso a rifiutare l’annessione all’Unione, la regione - che in passato fu un ricco e potente principato - visse un periodo di lotte interne, risolto con l’occupazione militare del territorio da parte del governo di Nuova Delhi nel 1948.
Augusto Colombo è riuscito a immortalare un Andhra Pradesh povero, ma fiero, fatto di tanti volti semplici e luminosi che esprimono l’ottimismo e il desiderio di conquistare ogni giorno, a poco a poco, una briciola di progresso economico e culturale.
La mostra fotografica è arricchita da una gamma di preziosi oggetti di provenienza privata: porte tribali in legno con incisione di scene sacre dalla collezione Renzo Freschi, (titolare della galleria Oriental art di Milano), armi in oro e bronzo del XVII e XVIII secolo di proprietà dell’indologa Vanna Scolari e gioielli del collezionista Giacomo Mutti. L’esposizione, che celebra i 150 anni di presenza del Pime in India, è aperta dal lunedì al sabato: 9-12.30/14-18.