Weick e «L’ombra di Dio», film sul credo universale

Spesso di passaggio a Milano dove gli piace perdersi nelle grandi librerie, Werner Weick sarà stasera al Centro Culturale S.Fedele, in via Hoepli, per la presentazione del suo ultimo documentario, «L'ombra di Dio», che è anche il titolo di una trilogia recentemente trasmessa dalla Televisione svizzera italiana. Giornalista, regista e produttore televisivo, Weick è autore di duecento documentari che raccontano, attraverso gli incontri con personalità religiose carismatiche (il Dalai Lama, Raimon Panikkar) e con intellettuali e scienziati (Joseph Campbell, Elémire Zolla, il premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine), una ricerca spirituale iniziata tanti anni fa. Weick è impegnato oggi nel «cercare di fornire un'informazione sulle religioni che prescinda dalle fedi».
Un compito possibile? «
Purtroppo si continua a ingabbiare la ricerca storica all'interno della fede, un grave errore, razionale, scientifico e psicologico. Finisce con l'alimentare gli scontri fra credenti e non credenti o tra fedeli di religioni diverse». «L'ombra di Dio» è un viaggio nel tempo e nella fede, dalle origini del cristianesimo alla repressione dei catari, fino alla figura del biblista Othmar Keel che ha ravvisato la presenza di una divinità femminile nell'Antico Testamento.
Cosa l'ha spinta a realizzare questa trilogia?
«“L'ombra di Dio” è un invito alle religioni a chinarsi sui capitoli oscuri della loro storia e a relativizzare le proprie verità e dogmi per instaurare finalmente una convivenza che permetta a ogni essere umano di credere in ciò che vuole su una base etica, laica e civile, condivisa da tutti. Non occorre appartenere a una religione per osservare norme di comportamento informate da valori universali. La condizione del laico e del non credente non è un vuoto rispetto a un pieno, non è uno stato di inferiorità rispetto a una presunta completezza».
Nel conflitto su base religiosa quale forza vede in gioco?
«Il potere, sempre il potere, e l'ignoranza e il non riconoscimento dell'"altro". Qualunque approccio puramente astratto e intellettuale, senza empatia, senza amore per l'altro e per la sua cultura è una violazione di questa cultura. Occorrerebbe saper praticare "la conoscenza amante e l'amore conoscente". Dice Gandhi: "Se continueremo a cavare occhio per occhio, renderemo cieco il nostro mondo"».
Lei ha incontrato leader spirituali e personaggi poco noti, custodi di quel «filo d'oro» che da sempre viene trasmesso da maestro a discepolo e che è anche il titolo di una sua serie televisiva. Secondo lei il filo d'oro è in buone mani?
«Il "Filo d'oro" (la serie è disponibile alla libreria S.Carlo, nell'omonima piazzetta) è sempre esile e in pericolo, come programma televisivo e nella sua accezione più profonda. Un tempo il sapere veniva trasmesso dagli anziani, ci si rivolgeva a loro per avere certe risposte. Oggi con i nuovi media la trasmissione del sapere è cambiata ma sono fiorite anche nuove potenzialità. Ci saranno sempre persone che sapranno attingere alla propria interiorità, mantenere la mente aperta ai dubbi e liberarsi dagli schemi collettivi.