Whirlpool, tra i lavoratori in presidio a Napoli

Incerto il futuro della fabbrica di Napoli della Whirlpool. Lavoratori nell'angoscia. Tra paure e speranze presidiano il sito

Hanno stretto i denti, credendo di poter riportare la fabbrica a produrre a pieno ritmo. Da dieci anni gli venivano chiesti sacrifici. Ticket agli operai al posto della mensa, riduzione dell’orario di lavoro, incentivi economici ai dipendenti per lasciare il posto di lavoro o per invogliarli al trasferimento in altre sedi. E oggi si ritrovano nel limbo di chi non sa se finirà inghiottito dall’agonia di un’ennesima fabbrica destinata a scomparire al Sud. Sono circa 420 i dipendenti impiegati nello stabilimento di Napoli della Whirlpool che da due settimane aspettano di sapere cosa ne sarà del loro domani e quale sarà il futuro del sito napoletano della multinazionale americana.

A rischiare il posto non sono gli unici. Con un’eventuale riconversione della fabbrica diventa incerta anche l’occupazione di altri mille lavoratori dell’indotto. Circa 1500 famiglie appese a un filo, che dovranno trepidare fino alla prossima settimana per capire quali soluzioni l’azienda intende adottare per lo stabilimento di Napoli in alternativa alla chiusura e alla cessione. Ieri, il meeting tra i vertici di Whirlpool, i sindacati e il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha solo spostato di qualche giorno l’attesa. Il tavolo di crisi è stato convocato per il prossimo 21 giugno.

Dal 31 maggio scorso i lavoratori dell’impianto napoletano della Whirlpool presidiano la fabbrica in via Argine. “Questa è casa nostra”, si legge su un cartello. Si spostano tra il piazzale all’ingresso e l’aula sociale, uno spazio dove normalmente i lavoratori organizzano eventi e attività, anche per i loro bambini. Anche adesso che la produzione è ferma un’associazione si è offerta di trascorrere delle ore con i figli dei dipendenti. All’interno dell’aula ora ci sono delle brande, per chi ha bisogno di dormire durante il picchetto notturno. “Qua non girano solo gli operai, in questa sala ci sono anche i figli degli operai, pure i miei figli”, racconta Carmen. La commozione rallenta le sue parole, rende più lunghi i silenzi. Anche il marito lavora in Whirlpool. Suo padre, ex operaio in pensione, ieri era a Roma con le altre centinaia di lavoratori che, in sit-in davanti al Ministero dello Sviluppo economico, hanno atteso la fine dell’incontro tra vicepremier, azienda e sindacati, per tornare a Napoli ancora a mani vuote, ma con qualche briciolo di speranza. L’azienda ha assicurato che non vuole chiudere lo stabilimento e che non vuole “disimpegnarlo”. Ma questo vuol dire tutto e niente. Concretamente bisogna aspettare ancora qualche giorno.

Lo stabilimento resta picchettato dai lavoratori 24 ore su 24, seguendo i turni che i metalmeccanici avrebbero dovuto rispettare se avessero dovuto lavorare. “Rimaniamo qui in presidio per più di 8 ore al giorno. Normalmente lavoriamo 6 ore”, spiega Carmen. L’orario di lavoro era ridotto. Sono in contratto di solidarietà. Producono solo un tipo di lavatrice di alta gamma, da quando, circa 6 anni fa, l’azienda spostò in Polonia la fabbricazione di un altro modello più commerciale. Il 31 maggio scorso, dalla sera alla mattina, hanno appreso di una possibile riconversione aziendale dell’impianto di Napoli. “È un buco nero quello che vediamo davanti a noi, è una voragine”. Così un’impiegata descrive questo momento insospettato, ma nemmeno troppo.

Il calo delle vendite degli elettrodomestici si era abbattuto pure su Whirlpool nell’ultimo decennio. L’azienda negli ultimi anni ha fatto ricorso agli ammortizzatori sociali. Poi, a partire dal 2016, ha iniziato a offrire incentivi ai lavoratori: centinaia di migliaia di euro per chi abbandonava il posto di lavoro e decine di migliaia di euro per chi avrebbe chiesto il trasferimento in altre sedi. “Così sono andati via circa 150 colleghi”, afferma un 54enne, marito e padre di due ragazzi di 17 e 18 anni. L’accordo raggiunto a ottobre del 2018 tra azienda, sindacati e il ministro Di Maio aveva spazzato via ogni timore sul futuro della fabbrica. Prevedeva zero esuberi e 17 milioni euro di investimenti su Napoli. Ma negli ultimi mesi ritardi aziendali avevano iniziato a allarmare i sindacati. I sospetti sono diventati realtà quando 15 giorni fa si è appreso della volontà aziendale di cedere lo stabilimento di Napoli.

“Noi vogliamo che l’azienda rispetti quell’accordo. Non accetteremo reindustrializzazioni, ma vogliamo continuare a produrre con il marchio Whirlpool”, ha dichiarato un delegato sindacale. E su questo sono tutti d’accordo. Eliminare quel marchio dallo stabilimento significa per tutti rischiare di rimanere senza un lavoro, ma anche una “casa”. Qualcuno la chiama “Mamma Whirlpool”, perché nello stabilimento di Napoli sono nate parecchie famiglie, perché il lavoro nello stabilimento di Napoli è quello che tutti hanno ereditato dai propri genitori. “Qui ogni pietra è stata messa dai nostri genitori. Noi siamo tutti figli di dipendenti – spiega Carmen -. Negli archivi della fabbrica ci sono sempre gli stessi cognomi dal 1965. C’è una forte appartenenza. I nostri genitori hanno fatto tanto per far sì che quest’azienda restasse fino a qualche giorno fa così, sono stati i primi a sacrificarsi, quindi questa è stata la loro eredità”. Molti sono i pensionati che in questi giorni stanno partecipando al presidio dei dipendenti. Ma anche coniugi, figli, lavoratori solidali. È una grande famiglia. E sarebbe un dramma se non si dovesse trovare una soluzione adeguata, soprattutto per quei nuclei familiari per cui Whirlpool è l’unica fonte di reddito. “Noi non molliamo”, urlano i lavoratori, che devono restare in bilico ancora per qualche giorno. Il loro destino è nelle mani di “mamma Whirlpool”.