Antiquario milanese vende un Bernini

Alla maggiore fiera d’arte del mondo espone un bozzetto del Cristo risorto, l’unica scultura del maestro barocco esistente sul mercato

Antiquario milanese vende un Bernini

«Una figura muscolosa virile, nuda fatta eccezione per un perizoma e un mantello che scivola dietro le spalle, è in posa su delle nuvole in forte contrapposto, con le gambe e le braccia distese». L’incipit del catalogo che accompagna «The Risen Christ», il bozzetto in terracotta del Cristo Risorto attribuito a Gian Lorenzo Bernini, ha la solennità che si conviene a un evento eccezionale per il mercato dell’arte. Giancarlo Ciaroni, titolare della galleria milanese Altomani & Son, coccola con gli occhi la scultura di 33 centimetri in bella mostra nel suo stand alla fiera Tefaf di Maastricht, soprannominata dai collezionisti internazionali «il museo in vendita». E a ben donde. Qui ogni anno, per una settimana, è concentrato il gotha mondiale delle gallerie d’arte antica e moderna. I compratori, suddivisi tra direttori dei grandi musei, fondazioni bancarie e milionari del pianeta (pochi i curiosi, troppo alto il biglietto d’ingresso), possono scegliere tra capolavori e opere minori dei maggiori artisti della storia. Qualche esempio? Le «Due donne» di Paul Gauguin in vendita a 18 milioni di euro nello stand dell’inglese Dickinson, oppure la «Madonna» di Sandro Botticelli ex collezione Rockefeller, esposta al prezzo di 11,1 milioni di euro. Tra i 263 espositori, selezionati da una rigorosissima commissione di 220 esperti di ogni branca dell’arte, figura anche una decina di galleristi italiani. Sette sono milanesi: oltre ad Altomani, danno il meglio di sè Buccellati, Cesati, Silvano Lodi, Piva, Robilant & Voena, e Lampronti, romano ma con sede anche a Milano, mercante di fiducia di Silvio Berlusconi. Tutti tengono alto il tricolore nella fiera olandese per tradizione dominata dai top master fiamminghi. Su tutti domina il «Cristo risorto», l’unica scultura di Bernini esistente sul mercato mondiale. Lo scultore-architetto di Piazza San Pietro realizzò quel bozzetto per una statua che avrebbe campeggiato alla sommità del celebre baldacchino della Basilica in Vaticano. All’ultimo momento, l’allora pontefice Urbano VIII decise che era meglio non fidarsi di quella scultura di 450 chili incombente sul trono papale e l’opera non venne mai realizzata. Il bozzetto invece sì e adesso, dopo essere stato autenticato dal massimo esperto di scultura seicentesca, il docente inglese Charles Avery, nonchè dalla spietata commissione del Tefaf, campeggia nello stand di Altomani & Sons ad un prezzo che oscilla intorno ai due milioni di euro. Ma il Cristo non è l’unico fiore all’occhiello della compagine milanese a Maastricht, dove in questi giorni si dispensano sorrisi sornioni in barba alla crisi, ai vincoli che attanagliano l’esportazione di opere d’arte italiane e ai finanzieri in borghese che cercano di confondersi tra i collezionisti italiani.
Un’altro colpaccio lo ha messo a segno il mercante Voena che già il secondo giorno di fiera ha venduto una straordinaria tela del Tiepolo intitolata «The Tooth Puller», il «Cavadenti». Il compratore dell’opera sarebbe nientemeno che Alfred Taubman, presidente della casa d’aste londinese Sotheby’s. Il prezzo, top secret ma certamente a sei zeri. Negli stand milanesi trionfano le vedute italiane del Settecento, da Canaletto a Guardi a Vanvitelli a Bellotto di cui campeggia uno magnifico Colosseo nello spazio di Lampronti. «I paesaggi italiani restano una carta vincente -dice Marco Voena- perchè, oltre ad aver ispirato i grandi maestri del passato, sono molto cari ai collezionisti stranieri». E la famigerata crisi? «A questi livelli non si avverte più di tanto -dice il titolare di Altomani & Sons- e notiamo certamente una ripresa rispetto allo scorso anno che fece registrare una netta flessione di pubblico, ma sempre nell’ambito dei 100mila visitatori. Oggi c’è meno richiesta da parte dei musei, in calo di budget, e la percentuale dei collezionisti che rilancia sul prezzo è inferiore rispetto al passato, ma non lamentiamoci».
I galleristi di casa nostra hanno una presenza alla fiera di Maastricht che dura mediamente da un decennio. «Ma la commissione ogni anno valuta le nostre proposte e se il livello delle opere cala anche di poco si rischia di essere buttati fuori, c’è una lista d’attesa interminabile» dice Domenico Piva, che qui espone prevalentemente arredi veneziani e lombardi del ’700. Anche quest’anno non è mancata qualche bacchettatina della commissione. «A Fiera ancora chiusa -dice Giancarlo Ciaroni- gli esperti mettono gli stand ai raggi x. Mi sono ritrovato momentaneamente requisita un’opera sulla cui datazione non erano certi al mille per mille...».
Fa bella figura anche lo stand di Silvano Lodi, la galleria di via San Primo specializzata in pittura del ’500 e ’600 e in opere su pergamena. Un magnetico ritratto di fanciulla intitolato «La civetteria» del veronese Pietro Rotari campeggia in questi giorni anche sulla prima pagina del Journal des Artes di Parigi. Quando si dice le soddisfazioni. «Qui in Olanda -dice Piva- succede un fatto curioso e cioè che riusciamo a vendere oggetti antichi che a Milano non vuole quasi nessuno, come queste grattugie da tabacco di scuola francese del ’700, qui vanno a ruba».
Il vero problema, per i nostri, sembra essere legato ai vincoli legislativi italiani anche se, per una strana alchimia fiscale, chi acquista al Tefaf dai nostri galleristi paga solo il sei per cento di Iva anzichè il 20. «Per mantenere alto il livello -dice Lampronti- siamo costretti a portare qui anche opere sotto notifica, che non possono cioè lasciare il territorio italiano. Quest’anno nel mio stand ne ho almeno quattro». Forse sull’argomento bisognerebbe sensibilizzare il suo cliente migliore, il premier. «Magari dipendesse da lui...» .

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