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Arte e Storia

La tratta degli schiavi fu anche arabo-musulmana

Le vittime dei mercanti islamici furono tra i 15 e i 17 milioni solo nell’Africa subsahariana. I traffici di carne umana iniziarono prima e finirono dopo quelli occidentali. Ma pochi lo sanno

Illustrazione sulla schiavitù in Egitto
In the slave market at Cairo illustration by David Roberts (1796-1864).

In un mondo parallelo La capanna dello zio Tom, anziché svolgersi nel Kentucky di metà Ottocento, avrebbe potuto benissimo essere ambientata in Turchia, in Oman o in Egitto. Anche lì, infatti, sono stati deportati milioni di schiavi africani, vittime di una tratta di esseri umani che ancor oggi è poco conosciuta. E ancor meno condannata. Eppure la tratta schiavista del mondo arabo è stata assai più duratura e crudele di quella atlantica, che pure ha portato milioni di giovani africani a diventare merce e a solcare l’oceano in direzione del Nuovo Mondo colonizzato dagli anglosassoni, dai francesi, dagli spagnoli e dai portoghesi. I numeri parlano chiaro: la tratta atlantica durò quattro secoli (dal XVI al XIX) e provocò la deportazione di circa 10-12 milioni di persone, delle quali il 20 per cento morì durante la navigazione.

I negrieri arabi, invece, cominciarono a depredare i villaggi dell’Africa Nera già nel VII secolo dopo Cristo e continuarono il loro turpe commercio sino alla fine dell’Ottocento, benché poi in certi Paesi lo schiavismo sia proseguito anche nel secolo successivo. Si pensi che in Etiopia a proibirlo fu il generale De Bono, nel 1935, dopo la conquista italiana dell’Abissinia. E che l’ultima nazione al mondo ad abolire per legge il possesso di schiavi è stata la Mauritania nel 1980.

Il bilancio di questo lunghissimo periodo conta fra 15 e 17 milioni di vittime soltanto nell’Africa subsahariana, senza contare gli uomini e le donne presi prigionieri in Europa, nel Caucaso e sulle coste asiatiche dalle scorrerie dei pirati barbareschi. La cifra inoltre sarebbe sottostimata perché si riferisce soltanto agli schiavi effettivamente costretti a lavorare nei Paesi arabi, tralasciando quelli morti durante il trasporto attraverso il deserto.

Eppure, come detto, la tratta schiavistica araba è ancor oggi un fenomeno sconosciuto. A colmare questa lacuna ha provveduto l’editore viterbese Massari, che nelle scorse settimane ha tradotto e pubblicato il saggio di uno studioso franco-senegalese, Tidiane N’Diaye, dal titolo La tratta arabo-musulmana. Tredici secoli di razzismo e stermini. N’Diaye, antropologo ed economista morto nel 2025, ha dedicato la sua esistenza a studiare la storia delle civiltà africane nere e le conseguenze della loro diaspora nelle versioni afroamericana e afrocaraibica.

Il titolo originale dell’opera, uscita nel 2008 per Gallimard, era Le Génocide voilé (Il genocidio velato), perché secondo l’autore nel caso dello schiavismo arabo vennero utilizzati strumenti specifici per impedire la riproduzione degli africani deportati nel Magreb e nel Medio Oriente, come ad esempio la castrazione degli uomini e l’aborto sistematico per le donne rimaste incinte. Quindi per cancellare le tracce di un popolo.

La predazione di uomini da parte dei mercanti arabi era simile a quella degli europei, ma se possibile ancor più violenta e crudele. Oltre ad appoggiarsi a sovrani e capotribù locali, che vendevano i propri sudditi in cambio di merci (per farsi un’idea può servire leggere il bel romanzo di Bruce Chatwin Il vicerè di Ouidah), in altri casi i predoni calati dal Magreb circondavano di notte i villaggi, eliminavano le sentinelle, massacravano gli anziani e imprigionavano i più giovani, sia maschi che femmine.

Una di queste scorribande è stata descritta a fine Ottocento dall’esploratore tedesco Gustav Nachtigal: visitando il lago Tanganica si era imbattuto in una distesa di cadaveri insepolti, dei quali chiese conto a uno dei mercanti arabi della zona. La risposta fu agghiacciante: «Un tempo eravamo abituati a gettare qui i cadaveri dei nostri schiavi morti e ogni notte le iene venivano a portarli via: ma quest’anno, il numero dei morti è stato così grande che gli animali non bastano più a divorarli. Si sono disgustati della carne umana».

I racconti dei viaggiatori occidentali come Nachtigal, Livingstone e Stanley servirono se non altro a fare pressione su governi dei Paesi arabi che poco alla volta, obtorto collo, cominciarono a proibire la schiavitù: in Egitto il Chedivato abolì la tratta nel 1877 ma il fenomeno scomparve solo agli inizi del Novecento, così come in Turchia, con l’avvento della repubblica di Kemal Ataturk; mentre in Marocco la schiavitù fu gradualmente sradicata durante il periodo del protettorato francese e spagnolo, con la chiusura dei mercati degli schiavi nei primi anni Venti e leggi specifiche introdotte nel 1925.

Nel suo libro N’Diaye mette direttamente in relazione la tratta con l’avanzata dell’islam, dato che il Corano ammette la schiavitù di persone non musulmane pur indicando tra i doveri del buon fedele la liberazione degli schiavi. L’autore condanna anche senza mezzi termini il silenzio degli intellettuali arabi su questo fenomeno storico, una posizione che gli ha procurato critiche e accuse di islamofobia e razzismo anti-musulmano.

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