Finalmente un’idea forte. Il nuovo progetto espositivo di Palazzo Strozzi la esprime fin nel titolo: Broken. Il potere del frammento (da domani al 24 gennaio a Firenze, dal 3 marzo al 27 giugno alla National Gallery of Art di Washington, con cui l’esposizione è organizzata). «Quando in America, anni fa, cominciarono a buttar giù i monumenti dei confederati ci siamo chiesti: quante volte, nella storia, per le guerre, le ondate di iconoclastia, le calamità o i vandalismi, l’arte è stata fatta a pezzi? Che cos’è quel che rimane?», dice al Giornale Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, che ha curato l’esposizione con C.D. Dickerson III e Andrew Sears.
Con prestiti notevoli (Louvre, British Museum, Met), scanditi in 10 sale e 80 opere che spaziano tra cinquemila anni di storia, dall’Antico Egitto al contemporaneo, e viaggiano su 5 continenti, per la prima volta una mostra dà valore al frammento artistico. L’allestimento è parte della riuscita del progetto: si parte con il poetico Monumento funebre a Margherita di Brabante, capolavoro trecentesco di Giovanni Pisano, dietro al quale appaiono Naso e labbra di Akhenaton, un pezzo d’antica arte egizia di soli 8 cm (ma ipnotico: è l’immagine guida della mostra). Più avanti, c’è una sala di teste mozzate (greche, romane, etrusche, orientali) che neanche durante la Rivoluzione Francese: le ferite evidenziano i dettagli più belli.
Dal frammento dei volti a quello dei corpi. Il Torso di Livorno, opera del I secolo, fu ritrovato in mare all’epoca dei Medici e mai restaurato: era già bello così. Una stupefacente testa di Buddha, prelevata dagli inglesi a Giava, solleva il tema spinoso dei saccheggi (che sono avvenuti ovunque; in Francia, scopriamo, un torso di Cristo fu usato come spaventapasseri). L’iconoclastia è la sezione più intrigante: un busto nero di Mussolini scolpito da Adolfo Wildt e crivellato da proiettili partigiani (prestito da una collezione privata top secret) si prende la scena: «Abbiamo scelto un’opera d’arte per simboleggiare tutte le dittature. Non avrebbe avuto senso includere statue propagandistiche dedicate a Stalin o Saddam: il busto di Wildt era già arte, così è diventato altro», dice Galansino. Struggenti i «frammenti di guerra» per i bombardamenti (Testa di Cristo di Lando di Pietro, Religione del Canova) senza dimenticare, a 60 anni dall’alluvione, i disastri naturali: ne porta i segni il Cristo portacroce dal Museo di San Marco.
Da metà percorso le sale si concentrano sul potere evocativo del frammento. Accade con la monumentale Mano di Costantino dei Musei Capitolini (un’icona) e con le opere di scultori che, da Michelangelo a Rodin e Giacometti, hanno prediletto la parte per il tutto, l’incompiuto alla perfezione. Meglio di alcune opere contemporanee esposte (Bourgeois, Vezzoli) riflettono sul tema i tre interventi site-specific: il primo è del vietnamita Danh Vo, che mette un cupido ottocentesco in pezzi dentro una valigia, ragionando sugli spostamenti forzati di cose e persone. L’americano Paul Pfeiffer indaga il rapporto tra massa e celebrity: ha commissionato ad artigiani «encarnadores», specializzati nella scultura lignea iperrealista, ritratti di parti del corpo di Justin Bieber: saranno queste le reliquie del presente? Infine, ma il visitatore lo vede subito perché è nel cortile di Palazzo Strozzi, l’opera dell’artista belga-olandese Mark Manders: il frammento si prende, letteralmente, lo spazio che merita.
