Alla Casa Museo Hendrik Christian Andersen di Roma 42 artiste dialogano con la scultura del grande artista americano-danese. Un progetto espositivo che trova nella curatela di Nicoletta Castellaneta il suo punto di forza: non una semplice successione di opere, ma un confronto tra idee del corpo, dell’identità e dello spazio. Il vero protagonista dell’esposizione non è soltanto il corpo – tema dichiarato del progetto – ma il confronto fra corpi, visioni e concezioni dello spazio che la curatela riesce a mettere in cortocircuito all’interno della casa-studio di Andersen. È soprattutto qui che si misura il lavoro di Nicoletta Castellaneta, curatrice insieme a Luisa Catucci e Giuseppe Simone Modeo. La sua intuizione più felice è infatti quella di non trattare Villa Hélène come un semplice contenitore museale nel quale inserire opere contemporanee, ma come una sorta di interlocutore. Le artiste sono chiamate a misurarsi con Andersen, con le sue sculture, con l’architettura della casa, con quell’idea di corpo ideale e monumentale che attraversa tutta la sua opera. Il risultato è un dialogo spesso sorprendente, nel quale la contemporaneità non cancella il passato e il passato non si limita a fare da sfondo alla contemporaneità. Andersen, del resto, aveva immaginato la propria casa molto più ambiziosamente di una dimora privata. Costruita a partire dal 1922, Villa Hélène doveva essere studio, abitazione e insieme il nucleo di una più vasta utopia: la World City, una città ideale nella quale arte, scienza e pensiero avrebbero dovuto concorrere alla costruzione di una società armonica. Anche le sue sculture partecipano di questa visione: corpi possenti, idealizzati, spesso monumentali, nei quali la tradizione classica e la lezione michelangiolesca diventano strumenti per rappresentare un’umanità universale. È precisamente contro, o meglio accanto, a questa idea di corpo che la mostra costruisce la propria narrazione. Le 42 artiste selezionate portano infatti dentro la casa di Andersen corpi completamente diversi: corpi vissuti, desideranti, vulnerabili, frammentati, trasformati, sottratti alla rappresentazione tradizionale o addirittura utilizzati come materia stessa dell’opera. Il corpo non è più necessariamente qualcosa da raffigurare: diventa un luogo nel quale accadono le cose. Un archivio di memoria, un territorio identitario, uno spazio politico e psicologico, una superficie da modificare, nascondere, esibire, deformare. È una differenza sostanziale, e la mostra ha il merito di non trasformarla in una contrapposizione schematica fra passato e presente, fra corpo maschile e corpo femminile. La curatela di Castellaneta lavora piuttosto sulle tensioni e sulle corrispondenze. Il corpo ideale di Andersen non viene messo sotto processo: diventa il termine di paragone attraverso il quale leggere quanto è accaduto all’idea stessa di figura umana nell’arte degli ultimi decenni. Da Louise Bourgeois a Meret Oppenheim, da Leonor Fini a Carol Rama, da Gina Pane a ORLAN, da Natalia LL a Kiki Smith, da Tracey Emin a Sarah Lucas, da Marlene Dumas a Elizabeth Peyton, da Vanessa Beecroft a Pipilotti Rist, fino alle ricerche più giovani, il corpo assume forme e significati continuamente diversi. Sessanta opere di 42 artiste costruiscono così una geografia volutamente plurale, nella quale pittura, scultura, fotografia, installazione, performance e sperimentazione concettuale convivono senza essere ricondotte a un’unica grammatica. È proprio questa pluralità a impedire alla mostra di diventare una tesi illustrata. Le opere non sono chiamate semplicemente a confermare il tema del corpo: devono confrontarsi con gli spazi, con le proporzioni, con la memoria della casa e soprattutto con la presenza ingombrante e insieme affascinante delle sculture di Andersen. Il percorso, distribuito fra il piano terra, il primo piano e gli spazi espositivi del secondo, produce così una sorta di città temporanea dentro la città utopica immaginata da Andersen. Ma mentre la città dell’artista cercava un’armonia universale, quella costruita dalla mostra è inevitabilmente polifonica, inquieta, contraddittoria. È fatta di identità che cambiano, di corpi che non accettano più di essere ricondotti a una forma definitiva, di esperienze individuali che entrano continuamente in rapporto con la memoria collettiva. Ed è forse proprio questo il punto più interessante dell’operazione: il corpo diventa una dimora, come suggerisce il titolo, ma una dimora molto diversa da quella immaginata da Andersen. Non un’architettura stabile e perfetta, bensì uno spazio continuamente abitato e modificato. Una casa nella quale entrano la memoria, il desiderio, la malattia, la sessualità, l’identità, la perdita, il tempo. E dove l’idea di abitare coincide con quella di trasformarsi. In questo senso, la mostra acquista anche una dimensione più ampia rispetto al pur importante tema della presenza femminile nella storia dell’arte recente. Le artiste non vengono riunite semplicemente perché donne, né il loro lavoro viene letto attraverso una categoria unica. Al contrario, la loro diversità diventa il vero materiale dell’esposizione. Quarantadue individualità per raccontare quanto possa essere plurale un corpo, e quanto possa essere diversa l’idea di abitare se stessi e il mondo. Il corpo è realmente dappertutto nella casa di Andersen: nei monumentali nudi dell’artista, nelle fotografie, nelle figure dipinte, nelle sculture, nelle tracce della performance, nelle superfici e nei materiali delle opere contemporanee. Ma soprattutto è nel rapporto fra queste presenze che la mostra trova la propria ragione.

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