Il Premio Isaiah Berlin, assegnato dall’Associazione Culturale Isaiah Berlin, in occasione dell’annuale Festival della Politica, a eminenti studiosi, italiani e stranieri, che si siano distinti nel campo della saggistica politica, delle arti, della storiografia, e della scienza politica, viene conferito quest’anno all’ambasciatore Maurizio Serra, già Rappresentante Permanente dell’Italia all’Unesco (2010-2013) e Rappresentante permanente dell’Italia presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra (2013-2018). Nel 2020 Serra era stato eletto, prendendo il posto di Simone Veil, all’Académie Française, primo italiano a ricoprire la prestigiosa carica a vita.
Dal 2000 al 2026 Maurizio Serra ha collezionato, in Francia e in Italia, una serie di allori, dai Prix Goncourt e Casanova al Prix Chateaubriand, dal Premio Prezzolini al Premio Arbasino, per limitarci a questi. Riconoscimenti che non stupiscono se si pensa alla sua prodigiosa produzione intellettuale, che investe, soprattutto, i grandi temi della storia contemporanea i regimi totalitari, la crisi delle democrazie, la guerra mondiale -, visti attraverso gli occhi di filosofi, storici, scrittori le cui vicende biografiche e intellettuali vengono ricostruite in saggi magistrali.
Maurizio Serra non figura tra gli interpreti classici (storici, filosofi, sociologi) del totalitarismo e tuttavia è il totalitarismo, «figlio della modernità» il centro ideale delle sue ricerche. Ad esso è dedicato il fondamentale saggio del 1992, La ferita della modernità. Intellettuali, totalitarismo e immagine del nemico (Ed. Il Mulino), in cui vengono esaminati i rapporti complessi e problematici tra i ceti intellettuali europei e i regimi totalitari del Novecento. La «ferita della modernità» è la profonda, non rimarginabile, crisi sociale prodotta dall’industrializzazione, dall’avvento delle masse sulla scena politica, dalla prima guerra mondiale che, con i suoi orrori, ha segnato la fine delle certezze, dei vecchi codici, delle vecchie autorità Il totalitarismo è la folle impresa di rovesciare la storia, di asservire la storia al mito: «negando la realtà della ferita e naufragando nel primitivismo pseudomitico e antistorico, tradirà clamorosamente l’obiettivo della rigenerazione». È una ferita che non è stata risanata giacché «nel nostro tempo non esiste un sistema che sia in grado d’imporre valori universali: non la religione, né l’idea di progresso, né la cosiddetta civiltà occidentale».
Non tutto il radicalismo antidemocratico ha respinto la modernità e la società di massa, giacché al suo interno è emerso un filone rivoluzionario-barbarico. «La vicenda dei moderni barbari a cavallo della grande guerra lascia vedere alcune linee di fondo in tutta Europa; superamento del vetero-nazionalismo, tenace avversario della modernità; rivolta contro la ragione e la storia, custodi della caserma borghese: esaltazione dei miti collettivi, anello di congiunzione tra il nuovo status pubblico dell’intellettuale e le nuove esigenze di rappresentanza delle masse».
L’illusione di guarire dalla ferita, rifugiandosi nel dogma, indusse a cercare un nemico assoluto da combattere per ricostituire un’identità comunitaria perduta. Ne derivarono le più atroci tragedie vissute dall’uomo occidentale. «I popoli felici non sono privi di storia, si limitano a evitare di confonderla con una leggenda faustiana».
Già nel 1992 Serra non si nascondeva il suo pessimismo, lo tsunami totalitario aveva lasciato rovine spirituali non facilmente rimovibili. «La storia che permette al valore della libertà di calarsi nelle vicende umane, è oggi di tutte le discipline umanistiche forse la più minacciata dai miti e dai riti di massa Dimenticare il mito e tornare alla storia, era il ritorno al’superato’ Benedetto Croce
Tutta l’opera di Serra può considerarsi una storia, sempre arricchita di nuovi elementi, della ferita della modernità’. I personaggi storici e le figure letterarie di cui si è occupato - da Benito Mussolini a Gabriele D’Annunzio, da Curzio Malaparte a Filippo M. Marinetti, da Italo Svevo a Guido Piovene - testimoniano percorsi complessi e tormentati, il tentativo di fare i conti con la modernità senza lasciarsene travolgere ma asservendo i suoi cavalli impazziti al cocchio di idealità superiori.
Il fascino dell’opera di Serra - tra l’altro, fine letterato, come mostrano i suoi romanzi Amori diplomatici e La visita - sta in una storiografia che nella letteratura (nella grande letteratura) vede rispecchiarsi lo spirito di un’epoca, senza per questo ridurne gli autori a meri testimoni e, in tal senso, ricorda la lezione di Francesco De Sanctis per il quale «i testi letterari mostrano la forza e la decadenza morale di un’epoca, ma depurata dalla pretesa (in fondo illiberale) che gli scrittori hanno il compito di educare i cittadini e costruire la nazione».
