Negli ultimi mesi l’Albania è stata al centro di un intenso dibattito pubblico riguardante grandi progetti di sviluppo, investimenti strategici e trasformazioni territoriali. Un confronto che coinvolge istituzioni, cittadini, operatori economici e realtà della società civile, chiamati a riflettere sul percorso di crescita del Paese e sul suo posizionamento nel contesto internazionale.
Su questi temi interviene Xhani Shqerra, autore, conduttore televisivo, promotore del dialogo culturale tra Italia e Albania e osservatore delle dinamiche turistiche e sociali del Mediterraneo.
“La vera domanda non è da che parte stare”, afferma Shqerra. “La domanda è quale Albania vogliamo lasciare alle nuove generazioni.”
Secondo Shqerra, il diritto alla protesta e al confronto rappresenta un elemento fondamentale della democrazia. Le preoccupazioni relative alla tutela dell’ambiente, del territorio e dell’identità culturale meritano ascolto e rispetto. Allo stesso tempo, sottolinea come un Paese non possa costruire il proprio futuro esclusivamente sulla paura del cambiamento.
“L’Albania arriva da una storia complessa. Per decenni è stata isolata. Successivamente è stata spesso ignorata dagli equilibri internazionali. Oggi, per la prima volta dopo molto tempo, si trova al centro dell’attenzione economica, politica e turistica.”
Osservando l’evoluzione del settore turistico, Shqerra evidenzia il profondo cambiamento della percezione internazionale dell’Albania.
“Fino a poco tempo fa molti interlocutori internazionali chiedevano semplicemente dove fosse l’Albania. Oggi si parla delle sue coste, delle sue montagne, della sua gastronomia, del patrimonio culturale e delle opportunità di investimento. L’Albania non è più un Paese di cui il mondo chiede dove si trovi. È un Paese di cui il mondo parla.”
Per Shqerra, la politica ha il compito di elaborare una visione di lungo periodo e non limitarsi all’amministrazione dell’esistente.
“Governare significa immaginare dove sarà il Paese tra dieci, venti o trent’anni. Possiamo discutere sulle modalità, sui tempi e sugli errori. Ma sarebbe difficile negare che negli ultimi anni sia esistita una strategia per collocare l’Albania sulla mappa internazionale.”
Allo stesso tempo, ogni progetto di sviluppo deve essere accompagnato da trasparenza, dialogo e partecipazione.
“La politica deve spiegare la propria visione. I cittadini devono avere il diritto di verificarla, discuterla e criticarla. Il problema nasce quando il dibattito si trasforma in una guerra ideologica dove chi pone domande viene considerato nemico dello sviluppo e chi sostiene gli investimenti viene accusato di tradire il territorio.”
La riflessione si estende anche alle principali sfide sociali che il Paese continua ad affrontare.
“A volte ho l’impressione che ci indigniamo selettivamente. Dov’era tutta questa mobilitazione quando molti pensionati faticavano a comprare le medicine? Dov’era quando migliaia di giovani lasciavano il Paese ogni anno? Dov’era quando tante famiglie si dividevano per ragioni economiche?”
Un richiamo che non intende sminuire le proteste attuali, ma evidenziare la necessità di mantenere la stessa sensibilità verso tutte le questioni che incidono sulla vita delle persone.
Per Shqerra resta inoltre centrale il rispetto della volontà popolare e delle istituzioni democratiche.
“I governi vengono scelti attraverso il voto. Questo non significa che abbiano sempre ragione. Significa però che il cambiamento passa attraverso il confronto democratico e la capacità di convincere i cittadini, non attraverso la delegittimazione delle istituzioni.”
Guardando al futuro, l’autore individua una sfida prioritaria che va oltre la crescita dei flussi turistici.
“La vera questione non è attirare più visitatori. La vera sfida è trasformare la crescita economica in opportunità sociali. Se il turismo cresce ma i giovani continuano a partire, significa che qualcosa non funziona. Se aumentano gli investimenti ma le famiglie non percepiscono un miglioramento concreto della qualità della vita, significa che il lavoro è ancora incompleto.”
Il tema dell’emigrazione giovanile rappresenta, secondo Shqerra, la principale emergenza nazionale.
“Incontro giovani albanesi negli hotel di Londra, nei ristoranti di Milano, negli aeroporti europei e nei cantieri della Germania. Molti di loro non hanno perso l’amore per l’Albania. Hanno perso la convinzione di poter costruire lì il proprio futuro. Questa è la vera emergenza nazionale.”
Da qui nasce la domanda che, a suo giudizio, dovrebbe guidare il dibattito pubblico dei prossimi anni.
“L’Albania che stiamo costruendo sarà capace di convincere i propri figli a restare? Oppure sarà capace di convincerli a tornare? Perché il successo di una nazione non si misura dal numero delle polemiche che produce, ma dalla fiducia che riesce a generare.”
Nel suo intervento, Shqerra richiama infine il valore strategico e umano del rapporto tra Italia e Albania.
“Italia e Albania non sono semplicemente due Paesi vicini. Sono due comunità che negli ultimi decenni hanno costruito un legame umano straordinario. Milioni di storie personali, famiglie, amicizie, percorsi professionali e relazioni culturali hanno creato un ponte che va ben oltre la geografia.”
Per molti albanesi, l’Italia rappresenta una parte importante della propria storia familiare e un punto di riferimento che ha contribuito alla crescita di una delle comunità più integrate d’Europa. Parallelamente, l’Albania è diventata per molti italiani una destinazione di investimenti, collaborazione e nuove opportunità.
“Esiste oggi una responsabilità comune: custodire e rafforzare questo patrimonio umano, culturale ed economico. In un Mediterraneo attraversato da nuove sfide, Italia e Albania possono rappresentare un modello di cooperazione fondato sulla fiducia reciproca, sul rispetto e sulla condivisione di valori.”
“La vera forza del rapporto tra i nostri due Paesi non risiede soltanto nella vicinanza geografica, ma nella
profondità di una storia comune e nell’intreccio di migliaia di famiglie che da oltre trent’anni vivono tra le due sponde dell’Adriatico. È da questa eredità che può nascere una visione condivisa per il futuro del Mediterraneo.”