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Attualità

A Mestre come in Bangladesh: su 102 alunni solo 2 sono italiani

Al Giulio Cesare la preside esaltava il modello: “Esempio di integrazione, la diversità è una forza”. La rivolta dei docenti: “Molti alunni arrivano alle medie senza saper leggere un semplice testo scritto”

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È una distanza siderale quella che separa la narrazione pubblica dell’istituto Caio Giulio Cesare di Mestre — dove, su 102 nuovi alunni, soltanto due sono di origine italiana — da quella degli insegnanti che ogni giorno lavorano dentro quelle aule. Se il racconto dell’ormai ex preside Michela Manente dipingeva il Giulio Cesare come un istituto-modello dell’integrazione, un laboratorio virtuoso in cui la «diversità» sarebbe stata il punto di forza delle classi, quello degli insegnanti restituisce una realtà assai diversa. I docenti avevano risposto anonimamente alle affermazioni della dirigente con una lettera pubblicata dal Gazzettino. Il ritratto che ne emerge è tutt’altro che un idillio: un contesto ormai «monoetnico a prevalenza linguistica bengalese», dove molti alunni arrivano alle medie con una conoscenza dell’italiano ferma ai livelli A1 o A2, tanto da non essere in grado di leggere e comprendere un semplice testo scritto. Oltretutto, la normativa attuale tutela fortemente gli studenti non italofoni: il mancato raggiungimento di un livello linguistico adeguato non può da solo giustificare la ripetizione dell’anno. L’alunno viene valutato anzitutto sui progressi rispetto al proprio punto di partenza, più che sul livello atteso della classe, con evidenti ricadute sulla qualità dell’insegnamento.

Nonostante tali problematicità, nel gennaio 2025, al Giulio Cesare era stato istituito un corso di lingua bengalese per i bambini di quinta elementare, con l’obiettivo di far conoscere loro la propria «cultura d’origine». Ma gli ostacoli non finiscono davanti ai libri di grammatica.

Come riporta La Nuova Venezia, alcuni docenti riferiscono anche di problemi nel rapporto con la figura femminile. Ad esempio, bambini ai quali viene chiesto di raccogliere una carta caduta a terra e che rispondono che pulire è un compito delle donne. Altre criticità riguarderebbero lo svolgimento dell’attività fisica da parte delle bambine, così come il rapporto con le stesse famiglie degli alunni, che molto spesso non conoscono l’italiano.

La composizione «uniforme» dell’istituto, del resto, è il risultato di un insieme di fattori che si sono stratificati nel corso degli anni. La progressiva scomparsa degli alunni italiani va fatta risalire all’arrivo della comunità bengalese in laguna, favorito principalmente dalle opportunità di lavoro offerte dal settore turistico e da Fincantieri. La comunità bengalese veneziana conta ad oggi oltre 10 mila residenti, l’80% dei quali concentrato proprio tra Mestre e Marghera. Via Cappuccina, dove si trova il Giulio Cesare, e via Piave sono ormai divenute due feudi incontrastati della comunità. Già nel settembre 2025 l’anno scolastico iniziava con soli 10 studenti con cittadinanza italiana su 61 iscritti, appena uno di origine italiana. Il presidente del Consiglio d’istituto aveva così chiesto che la situazione del Giulio Cesare venisse sottoposta all’attenzione delle istituzioni. L’assessore all’Istruzione del Comune di Venezia, Maika Canton (FdI), ha detto di essere in costante contatto con la nuova dirigente scolastica e con il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Marco Bussetti. «C’è sul tavolo la proposta di fornire un servizio di trasporto per distribuire gli studenti nei vari istituti cittadini, ma il costo non può essere fatto ricadere unicamente sul Comune. Abbiamo bisogno di supporto dalla Regione e da Roma» dichiara Canton. Dalla dirigenza del Giulio Cesare, invece, il silenzio. Forse nella speranza che, passato il clamore, l’istituto esca dall’occhio del ciclone. Della serie: se il problema non si nomina, magari scompare.

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