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I vestiti delle bambine sono sempre più corti e più cari di quelli dei coetanei maschi: la nuova polemica social

Abiti troppo sessualizzati per le bambine: è questa la nuova polemica che sta spopolando online, dopo la denuncia di una mamma

Polemica social vestiario bambine

Il mercato dell’abbigliamento per l’infanzia è sempre stato sorretto da alcune regole non scritte che, tuttavia, sono entrate a far parte del bagaglio culturale di tutti. Si pensi, ad esempio, alla scelta dei colori: le sfumature del blu spopolano nell’abbigliamento maschile, mentre è il rosa a dominare il reparto dell’abbigliamento per le bambine nei negozi e nei grandi centri commerciali. Nelle ultime ore, però, online è emersa un’altra distinzione che sembra essere all’ordine del giorno quando si tratta di vestiti per bambini e per bambine. A sollevare la questione sui social è stato il profilo Instagram HackorwackWithdnkat che ha postato diversi video in cui mette a confronto dei vestiti: per la stessa taglia e la stessa età anagrafica, la “mamma influencer” che cura il profilo ha notato come i pantaloncini (ma anche, ad esempio, i costumi) delle bambine siano più corti o scosciati rispetto a quelli destinati ai bambini. E il problema non si ferma qui: la donna ha anche sottolineato come lo stesso capo d’abbigliamento abbia un costo maggiore se destinato a una bambina.

Il video “denuncia” in poche ore ha collezionato milioni di visualizzazioni e migliaia di “mi piace”, diventando anche un luogo di ascolto per i genitori, che non hanno perso l’occasione di lasciare il proprio commento e condividere le proprie sensazioni. Secondo alcune testimonianze, alcune mamme arrivano a scegliere di comprare pantaloni dal reparto maschile, per assicurarsi che le proprie figlie abbiano abiti in grado di coprirle in modo decoroso e, secondo altre, di proteggerle da una forma costante di sessualizzazione. Molti sottolineano la difficoltà a trovare costumi che si adattino a bambine di sei o sette anni, trovando modelli che, nella parte inferiore, seguirebbero il modello del perizoma. Tuttavia, tra i commenti c’è anche chi sottolinea che la colpa di questa “moda” sia proprio delle madri. Chi lo dice, afferma che non sono le bambine a scegliere gli abiti da indossare, ma sono le mamme a comprarli. In un commento, in cui l’utente mette le mani avanti dicendo di non voler “essere sessista” si legge: “vedi letteralmente donne dappertutto andare in giro mezze nude. Non sono stati gli uomini a sessualizzare le donne, sono state le donne a farlo a se stesse. Se non vuoi che le tue figlie indossino certe cose, semplicemente non comprarle. Dopo un po’ qualcosa cambierà.”

Quello che emerge, però, è soprattutto la difficoltà dei genitori di trovare abiti comodi per le proprie bambine, che spesso sono alle prese con vestiti striminziti, sgambati o inutilmente fashion. La nuova polemica che sta sorgendo online, dunque, non mira ad essere una crociata contro un brand di abiti né una ricerca scientifica. Al contrario è l’interrogativo di una mamma preoccupata che, nel voler acquistare consapevolmente, si chiede quali siano le priorità o le indicazioni da seguire di chi disegna questi abiti, rendendo evidentemente più scomodi quelli delle bambini, che al pari dei loro coetanei hanno il diritto di giocare in modo libero e spensierato, senza che i vestiti diventino una barriera. Il problema principale è che nell’abbigliamento dell’infanzia femminile sembra esserci un’adultizzazione. I vestiti delle bambine ricalcano tagli, forme e dimensioni degli abiti delle donne, di persone adulte che possono scegliere come apparire e che possono decidere se voler essere comode o alla moda o entrambe le cose.

Bisogna sottolineare che l’account instagram in questione non è il primo a sollevare queste problematicità. Lo scorso anno lo aveva fatto anche la pediatra Carla Tomasini che, la scorsa estate, aveva dato voce, sempre su Instagram , alla sua preoccupazione nel rendersi conto della diffusione di bikini destinati a bambine spesso molto piccole, che a volte presentavano anche la parte superiore imbottita. Nella sua denuncia, la pediatra mostrava il bikini comprato alla figlia e nella didascalia scriveva: “La ipersessualizzazione infantile è diventata normale per l’industria attraverso la vendita di vestiti, bambole, cartoni animati, ma in pochi sembrano accorgersene perché è talmente normalizzato che neanche lo notiamo. Succede in particolare per le bambine. Quando si parla di parità di genere, ruoli, femminicidio… Dovremmo partire dalle basi: il corpo della donna non è un oggetto e questo vale fin da quando è una bambina.”

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