C’è stato un tempo in cui Lampedusa era molto più di un’isola. Era un simbolo, un set permanente della politica italiana. Bastava un nuovo sbarco perché telecamere, parlamentari e delegazioni improvvisate prendessero il primo volo per trasformare il molo di Favaloro nel teatro dello scontro ideologico. Ogni barcone diventava un atto d’accusa contro il governo di turno, ogni fotografia un manifesto politico, ogni emergenza la prova definitiva del fallimento dello Stato. Negli ultimi tre anni, però, è successo qualcosa di diverso. Lampedusa continuava a essere la porta più esposta d’Europa sul Mediterraneo, ma non era più il centro del dibattito pubblico. Gli arrivi non sono scomparsi, ma sono stati sensibilmente ridotti rispetto ai picchi del passato grazie - anche - a una strategia che ha puntato sul rafforzamento dei controlli, sulla cooperazione con i Paesi di partenza e di transito e su una diversa gestione dei flussi migratori.
Nel settembre del 2023 l’isola visse il momento più drammatico della sua storia recente. L’hotspot arrivò a ospitare quasi 7mila persone, a fronte di una capienza di poche centinaia di posti. Erano i giorni delle immagini che fecero il giro del mondo e che certificavano il collasso del sistema di accoglienza. Un’emergenza che il governo Meloni ereditava ancora dopo anni di politiche incapaci di governare i flussi e che impose una svolta nelle strategie di contrasto all’immigrazione irregolare. Da allora il quadro è profondamente mutato. Lo dimostrano i numeri. Quando, lo scorso luglio, Papa Leone XIV ha fatto visita a Lampedusa recandosi al cimitero per rendere omaggio alle tombe dei migranti senza volto e senza nome, nell’hotspot erano presenti meno di 140 migranti, una situazione impensabile rispetto ai picchi del 2023. E anche i dati della Croce Rossa raccontano un’inversione di tendenza: nei primi sei mesi del 2026 gli arrivi sull’isola sono stati 6.435, meno della metà rispetto allo stesso periodo del 2025. Più in generale, gli arrivi via mare in Italia nel primo semestre del 2026 risultano in calo di circa il 48% rispetto all’anno precedente. «Mai un’estate così! Soccorsi e sbarchi sono praticamente inesistenti, non sono questi i numeri a cui siamo sempre stati, nostro malgrado, abituati», sono le parole di due soccorritori. Non si registrano più nemmeno le grida di allarme del sindaco di turno né dei residenti. Silenzio. Al contrario, sul fronte del turismo la bilancia sorride e la stagione estiva promette bene.
Lampedusa è scomparsa dal radar del racconto politico. Quando quel lembo di terra distante 205 km dalla costa siciliana e circa 145 km da quelle del Nord Africa era il simbolo del caos migratorio, la sinistra lo trasformava spesso nel luogo dal quale denunciare il fallimento dell’esecutivo. Oggi che gli sbarchi sull’isola hanno perso quella dimensione emergenziale, il riflettore si è spostato altrove. Perché la geografia dell’indignazione segue spesso quella dell’utilità politica. Così il nuovo epicentro mediatico è diventato Ceuta, exclave spagnola in territorio africano, dove le tensioni migratorie hanno riacceso il confronto europeo mandando in onda l’ennesimo cortocircuito dei progressisti nostrani. Ma proprio in questo caos migratorio, quasi come un’onda anomala, ecco che riprendono gli sbarchi.
Ieri, 108 migranti sono arrivati con tre diverse imbarcazioni. Un barchino di circa dieci metri, partito da Sfax, in Tunisia, è riuscito a raggiungere direttamente Cala Croce con 57 persone a bordo, originarie di Costa d’Avorio, Guinea, Mali e Senegal. I migranti sono stati fermati dai militari della guardia di finanza, che hanno sequestrato l’imbarcazione. Altri due natanti sono stati intercettati dalle motovedette della guardia di finanza e della capitaneria di porto. Sul primo viaggiavano 28 eritrei e sudanesi che hanno riferito di essere partiti da Sabratha, in Libia. Il secondo trasportava 23 migranti eritrei, sudanesi e somali salpati da Zwara. Dopo gli sbarchi, tutti sono stati accompagnati all’hotspot di contrada Imbriacola, dove le presenze sono salite complessivamente a 191. Numeri lontanissimi dall’emergenza, almeno finora. Ma adesso il rischio che si riaccendano i riflettori sull’isola non è da escludere.
