Ogni passo sembra un incanto e spesso ti perdi in quelle case vuote, di gente che non c’è più, di figli ormai vecchi che tornano solo d’estate, quattro giorni ad agosto, magari per la festa del patrono, per ricordare infanzie tradite, per sognare un ritorno. Sono case dove non vivi, con luci non consumate, con i tetti da rifare e lavori di manutenzione che ti riprometti di cominciare, ma poi passa il tempo e non trovi la voglia o soprattutto i soldi.Sono seconde case su cui pagare le tasse, che ti viene la rabbia di venderle, ma ci sei nato e cresciuto e allora dici: aspettiamo ancora un po’. Sono case di paesi dove ogni volta che torna l’inverno ci si conta e si è sempre di meno.Aspettiamo ancora un po’. È la frase dei paesi, la formula con cui si rimanda l’addio. È la frase che in realtà ti frega, perché non c’è manutenzione e lasci fare a Dio.Gli italiani di paese si riconoscono tutti, a pelle, e si portano dietro questa malinconia, come chi danza sulla tragedia e cerca ogni giorno quel posto sicuro che chiamano Itaca, che poi tanto sicuro non è. Pavese lo sapeva: una valle non la capisci se non ce l’hai nelle ossa «come il vino e la polenta». I paesi dell’Appennino hanno lo stesso odore, le stesse mani, gli stessi occhi, la stessa nostalgia.Sono la spina dorsale dell’Italia. Quando guardi il cielo ti sembra che le stelle stiano lassù solo per te. Solo che sono stelle morenti, e tanta bellezza si porta sulla pelle un’incosciente fragilità.A chi tocca, stavolta? Toccò ad Accumoli, a Posta, ad Arquata e alla piccola frazione di Pescara del Tronto, a Castelluccio, ad Amatrice spogliata e spaccata in due, con il sindaco Sergio Pirozzi, sanguigno e verace, che quella notte pianse davanti alle telecamere: «Amatrice non c’è più». Dieci anni dopo, alle 3.36, una campana ha chiamato le vittime una per una e i nomi sono stati letti ad alta voce nel buio. Non è un rito di Stato, è un appello: si fa così quando si vuole sapere chi risponde ancora.Il paradosso alla fine è tutto qui. Il terremoto distrugge in trenta secondi, ma un paese muore in un altro modo, per sottrazione, un inverno alla volta. Ad Amatrice l’anagrafe conta poco più di duemila residenti e ogni anno nascono tre o quattro bambini. È lì il conto vero, e non lo salda nessuna gru. La scuola è stata la prima cosa a tornare, prima delle case, prima delle chiese, e questo dice tutto di che cosa una comunità considera essenziale. Un paese che riapre un’aula sta dicendo che ha intenzione di esserci ancora.E poi c’è quel nome. Amatrice, l’unico paese d’Italia che si mangia, il guanciale e il pecorino contro tutte le varianti metropolitane. In questi dieci anni quel nome è rimasto nella bocca degli italiani, ed è stata una forma di resistenza più efficace di molti convegni: un paese esiste finché qualcuno lo pronuncia.Resta la domanda che l’Appennino pone da secoli. Il terremoto, da queste parti, è una roulette russa: speri che non tocchi a te, ma le conosci queste montagne che ti guardano negli occhi, vedi l’abbandono, senti che l’uomo si affida troppo spesso alla fortuna.Prevenzione, certo. Ma per mettere in sicurezza queste mura e queste case servono soldi, tanti, e non li hanno i comuni, non li hanno i privati e non li ha il padreterno. Il capo dello Stato lo ha ricordato: quella notte non va dimenticata perché è un avviso ai naviganti; può succedere ancora.Ci vorrebbe un paese dove i campanili appena ristrutturati non cadano a terra, un paese dove l’Appennino non sfida ogni giorno il suo destino fragile. Solo che quel paese non esiste: esiste questo, che dieci anni fa ha perso quasi tutto e ora ha avuto la forza di contarsi di nuovo, uno per uno. Ci tocca tirare a campare con la maledizione della bellezza. È il gioco terribile del si salvi chi può, della decimazione, di questo affidarsi alla sorte come se non ci fosse altro rimedio, perché non ci sono abbastanza risorse per mettere in sicurezza le costellazioni di paesi sparsi per gli Appennini. Lo senti ancora, sotto, questo tiro di dadi?

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