Il Drappellone dell’Assunta, la tela con cui si premia la contrada vincitrice del Palio di Siena, quest’anno non rispetta le tradizioni. La Madonna dell’artista rumena Teodora Axente ha tratti androgini che la collocano a distanza siderale dalla tradizione iconografica cattolica. Tanto più che l’autrice si ispira direttamente al Bigio e alla Vergine protettrice di Siena nella battaglia di Camollia contro Firenze del 1526. Bene, quindi, ha fatto la diocesi locale a chiedere maggiore condivisione sulle scelte artistiche, perché il Palio non è una kermesse d’arte contemporanea: non è né un happening alla Marina Abramovi né una provocazione concettuale alla Maurizio Cattelan. È una gara, una giostra equestre, una festa religiosa e civile radicata nella storia della città e il cui premio, che raffigura la Madonna Assunta, entra nella vita della contrada vincitrice. Questo non significa negare la libertà dell’artista. Significa ricordare che la libertà non coincide con l’arbitrio. Lo ha detto con chiarezza l’arcivescovo Augusto Paolo Lojudice: «Da che mondo è mondo la committenza determina l’opera». E don Enrico Grassini, rettore del Collegio dei Correttori, ha spiegato che il Drappellone è un’opera «viva», destinata a entrare nella sensibilità religiosa. Quella sensibilità che manca a un’artista che ha già reinterpretato a Siena gli affreschi del Vecchietta a Santa Maria della Scala. Le avvisaglie, quindi, c’erano tutte. Anzi, dopo i rilievi sollevati, l’artista dovrebbe essere grata che la Chiesa abbia comunque proceduto alla benedizione: non della «stoffa dipinta», ma della comunità che in quel cencio riconosce la propria fede e la propria storia.

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