Gentile Direttore Feltri, che idea si è fatto dell’incredibile vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci e del coinvolgimento del suo amico Valter Lavitola? Davvero qualcuno avrebbe organizzato una bomba davanti alla casa di un giornalista per trasformarlo in una vittima, rafforzarne l’immagine pubblica e magari favorirne una futura carriera politica? E secondo lei è lecito domandarsi quanto Ranucci sapesse delle iniziative del suo amico?
Ettore Bianchi
Caro Ettore, la prima cosa che dobbiamo fare è distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo. Sigfrido Ranucci ha subito un attentato. È un fatto gravissimo. Secondo l’impianto investigativo, dietro l’azione ci sarebbe Valter Lavitola, uomo che Ranucci stesso ha definito un amico vero. Gli inquirenti sostengono che Ranucci fosse all’oscuro del progetto. Ranucci è ad oggi la vittima dell’attentato, non l’imputato. Ma essere garantisti non significa diventare muti.
Esistono domande. Possiamo farle? Certamente. Anzi, trovo curioso che qualcuno consideri scandaloso porre interrogativi a un giornalista che ha costruito buona parte della propria fortuna professionale proprio ponendo interrogativi. Possiamo domandare quanto fosse profondo il rapporto con Lavitola. Possiamo domandare perché un giornalista d’inchiesta così esperto avesse instaurato un’amicizia tanto stretta con un personaggio dalla storia assai movimentata. Possiamo domandare quale fosse esattamente il senso del sondaggio sulla popolarità di Ranucci. Possiamo domandare se Ranucci avesse percepito qualcosa di anomalo. Domandare non significa accusare. Questo è il giornalismo. Non l’assoluzione preventiva e neppure la condanna preventiva. Il dubbio. Ranucci lo ha esercitato per anni nei confronti degli altri. E forse questa incredibile vicenda può insegnarci qualcosa di ancora più importante. Smettiamola di desiderare martiri. Non abbiamo bisogno di uomini politici perseguitati per considerarli bravi. Non abbiamo bisogno di giornalisti minacciati per considerarli autorevoli. Non abbiamo bisogno di trasformare ogni critica in censura, ogni avversario in carnefice, ogni difficoltà in persecuzione.
La vittima deve essere protetta perché è vittima, non trasformata automaticamente in santa. E se davvero qualcuno ha pensato di mettere dell’esplosivo davanti alla casa di un proprio amico per aumentarne protezione, notorietà o statura pubblica, allora siamo arrivati alla manifestazione patologica di questa cultura: non limitarsi a sfruttare il vittimismo, ma arrivare addirittura a fabbricarne le condizioni.
