A Brescia una telecamera nascosta ha raccolto dichiarazioni sconvolgenti sul matrimonio di bambine con uomini adulti e sulle modalità per farle arrivare successivamente in Italia. Parole che hanno provocato un’interrogazione parlamentare e, mesi dopo, l’espulsione di uno degli uomini coinvolti nel servizio. Libertà religiosa e integrazione non possono significare accettazione di pratiche contrarie ai diritti dei minori e alle leggi della Repubblica.
Ci sono immagini che si dimenticano appena finisce una trasmissione televisiva. E ce ne sono altre che continuano a rimbombare nella testa.
Quelle mandate in onda da Fuori dal Coro, su Rete 4, appartengono alla seconda categoria.
Un’inchiesta realizzata a Brescia con telecamere nascoste ha affrontato il tema delle cosiddette “spose bambine”, raccogliendo in ambienti islamici dichiarazioni che lasciano basiti e indignati. Il servizio originale è stato trasmesso il 25 gennaio 2026 e Mediaset lo presenta con un titolo inequivocabile, dedicato proprio alla possibilità di far sposare delle bambine.
E ciò che più colpisce non è soltanto l’età delle bambine di cui si parla.
È il ragionamento che emerge.
È il modus operandi.
È l’idea che, quando la legge italiana rappresenta un ostacolo, si possa ragionare su come superarlo.
Ed è precisamente questa concezione radicale e integralista della religione islamica che condanniamo fermamente e dalla quale ci dissociamo totalmente.
«Qui lo Stato ti blocca»
Il servizio di Fuori dal Coro mostra un giornalista che, fingendosi interessato a convertirsi all’Islam e accompagnato da una persona che parla arabo, pone domande sul matrimonio con ragazze minorenni.
Le risposte documentate sono impressionanti.
Secondo quanto riportato da Mediaset, uno degli interlocutori sostiene che una ragazza possa essere considerata adulta dopo il primo ciclo mestruale e quindi possa sposarsi anche in giovanissima età. Nel servizio viene sostenuta persino la possibilità di un matrimonio tra una bambina e un uomo di trenta o quarant’anni, qualora le famiglie siano d’accordo.
Ma c’è un passaggio ancora più grave.
Uno degli uomini arriva sostanzialmente a riconoscere l’esistenza dell’ostacolo rappresentato dallo Stato italiano: «il problema è qui che lo Stato ti blocca», riporta Mediaset.
È una frase di poche parole.
Eppure dice moltissimo.
Perché significa riconoscere che esiste una legge dello Stato e, anziché domandarsi perché quella legge protegga una bambina, considerarla un impedimento al proprio progetto.
È questo che deve allarmarci.
Bambine e uomini adulti: frasi veramente aberranti.
Nel materiale giornalistico relativo all’inchiesta compaiono affermazioni secondo cui una bambina potrebbe sposare un uomo molto più grande. Un altro interlocutore, riferendosi alla tradizione religiosa da lui sostenuta, domanda perché altri non possano fare altrettanto richiamandosi al matrimonio attribuito al Profeta con una giovanissima.
Sono frasi aberranti.
Non perché pronunciate da musulmani, ma perché riguardano la possibilità di consegnare il futuro matrimoniale e sessuale di una bambina alle decisioni degli adulti.
Una bambina di nove, dodici o tredici anni deve essere considerata per quello che è: una minore da proteggere.
Non una moglie.
Non la futura proprietà di qualcuno.
Non un soggetto sul quale due famiglie possano raggiungere un accordo.
E poi il modo per portarla in Italia
C’è un’altra parte dell’inchiesta che rende il quadro ancora più inquietante.
Secondo quanto documentato da Fuori dal Coro e successivamente riportato anche dal Corriere della Sera, viene prospettata una sorta di soluzione pratica: celebrare il matrimonio quando la ragazza è ancora minorenne e attendere poi che raggiunga i diciotto anni per poterla portare in Italia e ottenere i documenti.
Questo passaggio è fondamentale.
Perché non siamo più soltanto davanti all’espressione di una convinzione religiosa estremista.
Siamo davanti a persone che, per quanto mostrato dall’inchiesta, discutono concretamente di come conciliare quelle convinzioni con l’ostacolo rappresentato dalle norme italiane.
Ed è qui che il tema dell’integrazione diventa inevitabile.
Questo non può essere il significato di “integrazione”
L’Italia garantisce libertà religiosa.
Ed è giusto che sia così.
Una persona musulmana deve poter pregare, frequentare una moschea, educare i propri figli alla propria fede e vivere secondo le proprie convinzioni, esattamente come qualsiasi altra persona.
Ma integrazione non significa semplicemente ottenere un permesso di soggiorno, trovare un’abitazione e vivere fisicamente entro i confini italiani.
Integrare significa anche riconoscere le regole fondamentali della società nella quale si vive.
E da questo punto di vista il servizio di Fuori dal Coro mostra qualcosa che non possiamo ignorare: persone appartenenti ad ambienti islamici presenti sul territorio italiano che sostengono concezioni radicali relative al matrimonio e alla condizione femminile incompatibili con i principi del nostro ordinamento.
Quando poi emerge persino il ragionamento su come comportarsi davanti all’ostacolo costituito dallo Stato, il problema diventa ancora più serio.
Non è possibile accettare che nel nostro Paese qualcuno pretenda di integrarsi soltanto formalmente, continuando però ad applicare nella propria famiglia regole che, quando ledono i diritti dei minori o violano la legge, sono incompatibili con l’ordinamento italiano.
L’Islam radicale non può avere una legge parallela
È questo il punto sul quale dobbiamo essere inflessibili.
Nessuna interpretazione radicale dell’Islam può creare in Italia una sorta di ordinamento parallelo.
Non può esistere la legge dello Stato fuori dalla porta di casa e un’altra legge dentro.
Non può esistere un’età per il matrimonio stabilita dall’ordinamento italiano e un’altra decisa da un’autorità religiosa.
Non può esistere una concezione della donna come persona libera nella società e una concezione della stessa donna come proprietà dell’uomo all’interno della famiglia.
Non può esistere una tutela dei bambini valida a scuola ma sospesa quando rientrano a casa.
Su questo non possono esserci zone grigie.
La legge italiana viene prima di qualsiasi regola religiosa quando quest’ultima entra in conflitto con i diritti fondamentali tutelati dal nostro ordinamento.
L’inchiesta non è rimasta confinata alla televisione.
Il caso ha provocato anche un’iniziativa parlamentare. In un’interrogazione depositata alla Camera viene espressamente richiamato il servizio di Fuori dal Coro del 25 gennaio 2026 e viene sottolineato come, se confermate, le condotte e dichiarazioni rappresentate possano costituire una legittimazione culturale e ideologica di pratiche gravemente lesive dei diritti dei minori e incompatibili con l’ordinamento italiano.
Non si tratta dunque soltanto dell’indignazione provocata da una trasmissione televisiva.
Le istituzioni hanno ritenuto quanto emerso abbastanza grave da porre formalmente la questione al Governo.
E uno degli uomini del servizio è stato espulso dall’Italia
C’è poi un fatto successivo che rende questa storia ancora più significativa.
Il 3 aprile 2026, uno degli uomini coinvolti nell’inchiesta televisiva, che svolgeva saltuariamente il ruolo di imam in due centri islamici di Brescia, è stato espulso dall’Italia.
Secondo quanto riportato da Repubblica, le indagini erano partite proprio dopo il servizio televisivo. Le dichiarazioni raccolte sono state valutate ai fini della pericolosità sociale; è stato negato il permesso di soggiorno ed è stata avviata la procedura di espulsione. L’uomo è stato infine accompagnato all’aeroporto di Malpensa e imbarcato su un volo diretto fuori dall’Italia.
Questo sviluppo è importante perché dimostra una cosa: lo Stato ha reagito.
E quando emergono situazioni di questo genere è esattamente ciò che deve accadere, naturalmente attraverso gli strumenti e le garanzie previsti dalla legge.
Una concezione radicale dalla quale ci dissociamo totalmente
Dobbiamo essere chiari anche sul piano culturale.
La concezione dell’Islam rappresentata da queste dichiarazioni bambine considerate abbastanza adulte per sposarsi, uomini molto più grandi come possibili mariti, la donna descritta in termini proprietari e lo Stato percepito come ostacolo è una concezione radicale che condanniamo senza alcuna esitazione.
Non possiamo accettarla in Italia.
Non possiamo accettarla in nome del multiculturalismo.
Non possiamo accettarla in nome della tradizione.
E soprattutto non possiamo accettarla quando a pagarne il prezzo sono bambine che non possiedono gli strumenti per opporsi agli adulti che decidono per loro.
L’integrazione non può significare che lo Stato rinunci ai propri valori per paura di interferire con quelli di una comunità.
Deve accadere l’esatto contrario.
Chi sceglie di vivere in Italia deve sapere che esistono principi sui quali questo Paese non negozia.
Le bambine non appartengono a nessuno.
Una bambina appartiene a se stessa.
Il suo futuro non appartiene al padre.
Non appartiene alla madre.
Non appartiene a un’autorità religiosa.
E certamente non appartiene all’uomo adulto che qualcuno avrebbe deciso debba diventare suo marito.
Ha diritto ad andare a scuola.
Ha diritto ad avere amici.
Ha diritto a crescere.
Ha diritto a diventare adulta prima che qualcuno pretenda di trattarla come tale.
E un giorno, quando sarà libera e nelle condizioni previste dalla legge, avrà diritto di decidere autonomamente se sposarsi e con chi.
È un principio elementare della nostra società.
Non dobbiamo avere paura di difendere i nostri valori
Questa vicenda pone infine una domanda che va ben oltre Brescia.
Quanto siamo disposti a difendere concretamente i principi sui quali abbiamo costruito la nostra società?
Perché l’integrazione funziona soltanto quando esiste reciprocità.
L’Italia garantisce libertà religiosa, libertà di culto, libertà di espressione e tutela della dignità personale.
Ma proprio perché offre queste libertà deve pretendere il rispetto delle libertà altrui.
Non possiamo permettere che un’interpretazione integralista della religione trasformi una casa italiana in un luogo nel quale i diritti di una bambina valgono meno.
Non possiamo permettere che lo Stato venga considerato semplicemente “quello che blocca” una pratica e che immediatamente dopo si cerchi una strada alternativa per realizzarla.
E non possiamo accettare un’integrazione nella quale si vive geograficamente in Italia continuando però a considerare superiori regole che entrano frontalmente in conflitto con la nostra legge.
Questo tipo di integralismo islamico non rappresenta il modello di società nel quale vogliamo vivere. Lo condanniamo fermamente e senza ambiguità.
Il servizio di Fuori dal Coro ha avuto il merito: accendere una telecamera su una realtà che sarebbe gravissimo ignorare.
E la successiva espulsione di uno degli uomini coinvolti dimostra che le istituzioni possono intervenire quando ne esistono i presupposti.
La libertà religiosa va difesa.
L’integrazione va costruita.
Ma i diritti dei bambini vengono prima di tutto.
E quando qualcuno pretende di mettere una propria interpretazione religiosa al di sopra della legge italiana, è la legge italiana che deve vincere. Sempre.
