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Benessere

Reflusso gastroesofageo: come si diagnostica e quali esami possono essere utili

Il professore Emanuele Asti: “Tutto inizia con un’attenta valutazione clinica, durante la quale raccogliamo le informazioni sui sintomi, sulla loro frequenza, sulla loro intensità e sul loro impatto sulla qualità di vita del paziente”

Reflusso

Bruciore dietro lo sterno, rigurgito acido, tosse persistente o difficoltà nella deglutizione sono alcuni dei sintomi che possono far sospettare una malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE). Tuttavia, non tutti i disturbi sono causati dal reflusso e non tutti i pazienti necessitano degli stessi accertamenti.

Per questo motivo, una diagnosi accurata rappresenta il primo passo per individuare la causa dei sintomi e definire il percorso terapeutico più appropriato. Ne parliamo con il professor Emanuele Asti, responsabile dell’Unità operativa di Chirurgia generale e d’urgenza e responsabile del Centro Esofago e Reflusso (CER) dell’IRCCS Policlinico San Donato.

La visita specialistica è il punto di partenza

«La diagnosi del reflusso gastroesofageo non si basa su un singolo esame. Tutto inizia con un’attenta valutazione clinica, durante la quale raccogliamo le informazioni sui sintomi, sulla loro frequenza, sulla loro intensità e sul loro impatto sulla qualità di vita del paziente», spiega il professor Asti.

Durante la visita, lo specialista ricostruisce la storia clinica della persona, valuta eventuali patologie associate e le terapie già effettuate. Un primo supporto all’inquadramento clinico può essere rappresentato anche da un questionario validato per la valutazione dei sintomi del reflusso gastroesofageo, che consente di stimare la gravità dei disturbi e di orientare il successivo percorso diagnostico. I risultati vengono analizzati dagli specialisti del Centro di Gruppo San Donato, anche con il supporto di software dedicati, per individuare il profilo di rischio del paziente e definire l’eventuale necessità di ulteriori approfondimenti.

Questo approccio consente di distinguere la malattia da reflusso gastroesofageo da altre condizioni che possono provocare disturbi simili e di individuare il trattamento più indicato per ogni paziente.

Quali esami possono essere necessari per la diagnosi?

Non tutti gli esami forniscono le stesse informazioni. Alcuni permettono di osservare la struttura anatomica dell’esofago e dello stomaco, altri ne valutano il funzionamento. È proprio la combinazione di queste informazioni che consente allo specialista di arrivare a una diagnosi accurata.

Tra gli accertamenti di primo livello vi è l’esofagogastroduodenoscopia (EGDS), comunemente nota come gastroscopia, che permette di osservare direttamente l’esofago, lo stomaco e il duodeno, individuando eventuali lesioni della mucosa, segni di infiammazione o altre patologie. Per garantire il massimo comfort al paziente, l’EGDS può essere eseguita anche in sedazione profonda oppure mediante l’impiego di una fibra ultrasottile.

La radiografia del tubo digerente con mezzo di contrasto consente invece di studiare l’anatomia delle prime vie digestive, valutando il transito del mezzo di contrasto ed evidenziando eventuali alterazioni strutturali, come un’ernia iatale.

Quando è necessario approfondire la funzionalità dell’esofago, il medico può prescrivere la manometria esofagea, che misura la forza e la coordinazione delle contrazioni dell’esofago e valuta il corretto funzionamento degli sfinteri esofagei. La pH-impedenziometria esofagea delle 24 ore permette di documentare la presenza di reflussi acidi e non acidi e di verificare se esista una correlazione tra gli episodi di reflusso e i sintomi riferiti dal paziente. In alcuni casi può essere indicata anche la pH-metria esofagea wireless (telepHmetria), un sistema che, grazie a una piccola capsula temporaneamente fissata alla parete dell’esofago, consente di monitorare il reflusso per un periodo più prolungato rispetto all’esame tradizionale, aumentando la probabilità di intercettare episodi di reflusso nei pazienti con sintomi intermittenti.

In casi selezionati, il percorso diagnostico può essere completato con metodiche più avanzate per lo studio della funzionalità esofagea, come EndoFLIP, una tecnologia che consente di valutare la distensibilità e la funzionalità della giunzione esofago-gastrica, fornendo informazioni complementari rispetto agli esami tradizionali.

«Oggi la diagnosi del reflusso non si limita a evidenziare eventuali alterazioni anatomiche, ma mira anche a comprendere come funziona l’esofago. L’integrazione tra esami morfologici e funzionali ci permette di arrivare a una diagnosi più accurata e di definire il trattamento più appropriato per ciascun paziente», conclude il professor Asti.

Una diagnosi accurata per un percorso di cura personalizzato

Una diagnosi accurata rappresenta il presupposto per individuare il trattamento più appropriato. In base alle caratteristiche del paziente e all’origine dei sintomi, il percorso terapeutico può comprendere modifiche dello stile di vita, terapia farmacologica, trattamenti endoscopici o, nei casi selezionati, un approccio chirurgico.

Proprio con l’obiettivo di offrire una presa in carico completa ai pazienti con patologie dell’esofago e dello stomaco, all’IRCCS Policlinico San Donato è nato il Centro Esofago e Reflusso (CER), un percorso dedicato che riunisce competenze multidisciplinari e metodiche diagnostiche avanzate per accompagnare il paziente in tutte le fasi: dalla diagnosi al trattamento e al follow-up.

Tra gli elementi distintivi del Centro vi è il modello organizzativo One Day Clinic che, quando le condizioni cliniche lo consentono, permette di concentrare nell’arco della stessa giornata la visita specialistica e gli accertamenti necessari, riducendo i tempi del percorso diagnostico e facilitando la presa in carico del paziente.

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