Ogni volta che sentiamo parlare Roberto Speranza ci viene voglia di devolvere il 5 per mille al Movimento per la Libertà di Vaccinazione.
“E quindi?”. “No, così...”. Però appena abbiamo visto che usciva il suo nuovo libro, La nostra sicurezza (Solferino), ci siamo fiondati a comprarlo. Poi ci siamo prescritti una vigile attesa. E finalmente l’abbiamo letto. E a parte il fatto che non riusciamo a capire la propensione dei politici a scrivere libri in momenti diversi da quello del ritiro, ci ha molto colpiti, in un testo in cui ogni capitolo è introdotto da un articolo della Costituzione, l’esergo del primo. “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa” dice Speranza, citando l’articolo come il 2. E invece è l’11. Iniziamo bene. Come quando Paolo Berizzi in una quarta di copertina confuse l’articolo 139 con la XII disposizione transitoria e finale che vieta la riorganizzazione del partito fascista.
Più parlano della Costituzione, meno l’hanno letta.
“Chi ha la Speranza ha tutto” (insomma...). “A sperare e a disperare non bisogna esagerare” (“Ma cosa c’entra?!”). “La Speranza è il prato su cui pascolano gli sciocchi” (“Questa l’hai inventata tu!”. “No, è un proverbio tedesco”).
Mah. La Speranza è che adesso non ritirino il nuovo libro come accadde al vecchio, Perché guariremo, che uscì nel momento peggiore del Covid. Il fatto è che Speranza, che gli amici chiamano Carità - politico così così, scrittore così cosà - forse dovrebbe cambiare mestiere. Se solo ne avesse uno.
