È un fatto: l'opera lirica appartiene al passato. Sono pochissime le opere contemporanee, antimelodiche ed ostiche, che il pubblico d'oggi è disposto a digerire. Per questo inusuale quanto interessante è la proposta che il Festival di Spoleto fa per l'inaugurazione numero 69, presentando Vanessa: un gioiello di Samuel Barber (l'autore del celeberrimo Adagio per Archi) su magistrale libretto di Giancarlo Menotti. Non solo perché Vanessa (oggi l'ultima replica), premio Pulitzer 1958, ha una musica avvolgente che soddisfa i melomani che - e sono i più - mal sopportano aspre dissonanze o sperimentalismi astrusi. Ma anche perché il libretto di Menotti ha un taglio teatrale d'infallibile presa. "Si può addirittura dire che, senza il libretto di Menotti, la musica di Barber non eserciterebbe la stessa fascinazione - osserva il regista dello spettacolo, Leo Muscato -. Il soggetto, scritto in inglese, narra di tre donne che da trent'anni vivono recluse in una casa d'un Paese del Nord Europa, nell'attesa del ritorno di un uomo, il quale, ricomparendo, ne sconvolgerà i sentimenti morbosi e i precari equilibri. Pare che l'ispirazione venisse da certi racconti gotici di Karen Blixen; ma a me sembra che l'atmosfera sia piuttosto quella degli interni soffocanti alla Strindberg, e di certe malinconie alla Checov. Il tutto servito da una musica post-pucciniana, che sa essere moderna senza arrivare all'avanguardia. Non è un caso se Vanessa, alla prima al Met di New York nel '58, diretta da Mitropoulos, registrò un trionfo. Mentre a Salisburgo, tre anni dopo, fece fiasco".
Comunque, diretta, a Spoleto - dove fece già tappa nel '61, in italiano - dalla sudcoreana Sora Elisabeth Lee, alla guida dell'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, Vanessa (interpretata dal soprano Lauren Fagan, foto) è allestita da Muscato "con taglio cinematografico, un accurato studio della recitazione di cantanti, e un
calcolato uso delle luci". Il risultato sembra sintetizzato dai commenti di chi ha assistito alla prima, espressi al regista: "Non credevo che un'opera potesse essere tanto coinvolgente e così vicina al nostro modo di sentire".