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Teatro

“Ogni volta sfido a duello l’opera”

Il regista Damiano Michieletto tornerà a dirigere il 13 agosto “La scala di seta” al Rossini Opera Festival

Damiano Michieletto

Tutti ricordano quella scenografia. O meglio: la pianta, di quella scenografia. Che tracciata in scala reale sul pavimento del palcoscenico, come sulla carta millimetrata di un architetto, e riflessa da un enorme specchio inclinato verso la platea, diventava scenografia essa stessa. Invenzione incantevole, per originalità, gusto e freschezza espressiva: permetteva infatti al pubblico di seguire l’azione non solo dalla prospettiva frontale, ma anche dall’alto. Ecco allora che l’intreccio della farsa diventava comprensibile; l’inseguirsi dei personaggi un delizioso gioco teatrale; il ritmo del racconto, la «sintesi grafica» della musica rossiniana. Nel 2009 La scala di seta diretta da Damiano Michieletto entrò nella storia del Rossini Opera Festival. Il 13 agosto, diciassette anni dopo, quello storico spettacolo tornerà in scena.

Michieletto: ciò che allora colpì il pubblico fu la freschezza con cui, grazie all’uso della pianta e alla sua regia, i luoghi dell’intrigo diventavano luoghi musicali; il movimento dei cantanti era lo stesso della musica.

«È stato uno spettacolo fortunato, sì. Ha girato molto, è approdato a Zurigo, alla Scala, piacendo ovunque. E pensare che era nato come ripiego: un piano b. Quell’anno il Rossini Opera Festival aveva problemi economici. In programma c’era un altro titolo, troppo costoso. Perché non facciamo una cosa più piccola, si pensò, magari una farsa? Uno degli sponsor del festival fornì i mobili che i cantanti stessi, durante la sinfonia, disponevano sui corrispondenti «segni» grafici in pianta, montando così la scena a vista. L’idea funzionò».

Quando si torna dopo tanto ad allestire uno spettacolo già riuscito, la tentazione è quella di migliorarlo?

«Dipende dallo spettacolo. Ce ne sono alcuni che trovano la giusta forma solo col tempo; e altri che, come questo, restano invece molto compatti. Stavolta faccio affidamento su Paolo Bordogna, straordinario protagonista allora come oggi, memoria storica di ciò che costruimmo assieme. Unico cambiamento: non ci sarà l’aria in più che il direttore Alberto Zedda aveva aggiunto per rendere più corposo lo spettacolo».

Dopo tanto tempo, confessi: l’idea della scenografia disegnata in terra e riflessa da un grande specchio le venne dalla celebre Traviata degli specchi, ideata nel ’92 a Macerata da Josef Svoboda?

«Quell’idea l’ho tenuta presente, certo. Anche perché per me Svoboda è un assoluto punto di riferimento. Conservo religiosamente il libro che raccoglie i seminari scenici che tenne a Milano, con Paolo Grassi».

La ripresa di uno spettacolo di molti anni prima è anche l’occasione per un bilancio. Quanto è cambiato, da allora, il modo di far regia di Damiano Michieletto?

«Prima dirigevo in modo puramente istintivo. Oggi resto ancora istintivo ma rifletto di più: cerco, ad esempio, di esprimermi a livello più simbolico. Quello che non vorrei mai perdere è il gusto della sfida. Io devo ogni volta ingaggiare un duello, con l’opera che affronto. Quell’opera deve mettermi in difficoltà. E non voglio mai applicare sempre la stessa ricetta; che altrimenti diverrebbe uno stile. Ad ogni opera diversa una regia diversa. Continuare ad essere io, il primo a sorprendermi davanti ai miei spettacoli».

Come molti altri registi d’opera lei si fa affiancare da un «dramaturg»: cioè da uno studioso in grado analizzare i motivi profondi, psicologici, sociali o estetici, sottesi ad un’opera. Questo non rischia di fuorviarla?

«Al contrario. Il dramaturg è per me una sorta di primo alleato e di primo critico. Mi offre uno sguardo diverso, anche destabilizzante; ed è come il mio primo spettatore. Insomma: mi evita l’autoreferenzialità».

Il 7 dicembre lei inaugurerà la Scala con un Otello il cui protagonista non sarà truccato di nero. Gli scrupoli del «blackface», imposti da una cultura diversa dalla nostra, da noi non suonano eccessivi, se non ridicoli?

«Per me si tratta di una questione di linguaggio teatrale; non ideologico o politico. In teatro il limite della verosimiglianza oggi è superato: se Otello fosse un tenore biondo, non sarebbe ridicolo trasformarlo in nero? Se guardo le foto di Anthony Hopkins truccato da moro mi viene da ridere. Mi si dirà: la negritudine di Otello è segno esteriore della sua diversità. Ma questa dipende anche dal suo non essere nobile, né ricco, né veneziano; dall’essere stato un prigioniero e uno schiavo. È su queste altre diversità, che io lavorerò».

Il suo primo film, Primavera, ha avuto un grande successo, consacrato da tre Nastri d’Argento. Quando uscì promise «col prossimo oserò di più». C’è già un prossimo film? E la promessa è sempre valida?

«Certo. C’è un’idea a cui sto lavorando, sempre per la produzione Indigo e Warner. Con Primavera per me era importante trovare la forma giusta da dare al film. Col prossimo cercherò di spingere di più, senza accontentarmi dei risultati ottenuti con questo. Ma restando fedele a me stesso. Esattamente come faccio con l’opera».

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