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Una Carmen meno esotica che paga per la sua libertà

L'opera è volutamente "asciugata" per far emergere il destino e appare un personaggio in più, la morte

Una Carmen meno esotica che paga per la sua libertà
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Arriva alla Scala, da lunedì al 27 giugno, Carmen di Bizet firmata da Damiano Michieletto, già vista a Londra e ulteriormente asciugata per il palcoscenico milanese: meno dialoghi parlati e addio al folclore. Sul podio c'è Myung-Whun Chung, da dicembre direttore musicale del teatro, che ha seguito passo dopo passo anche le prove di regia, in un confronto serrato con il regista veneziano (assieme hanno già fatto un Macbeth). Nel cast figurano Clémentine Margaine nel ruolo del titolo, Vittorio Grigolo come Don José, Giorgi Manoshvili come Escamillo e Natalia Tanasii nei panni di Micaëla.

"Nell'opera, tutto è già nella musica" rivendica Chung. "All'inizio di Carmen dobbiamo sentire che è estate, che ci sono dei soldati ma rilassati. Dipende tutto da come si suona, da come si articolano le note. Con la musica puoi perfino far percepire il caldo o il fresco". Una dichiarazione che spiega anche alcune delle discussioni emerse durante le prove: il direttore ha chiesto più volte modifiche nei posizionamenti di coro e cantanti perché, come ha ribadito, "la musica viene prima di tutto".

Michieletto non lo nega. "Abbiamo dovuto battagliare un po'", scherza, raccontando un dialogo artistico che punta però a un obiettivo comune: mettere al centro il tema del "destino di Carmen". Via la Siviglia da cartolina e i colori dell'esotismo ottocentesco per trasferirsi in una Spagna rurale degli anni Settanta, una sorta di periferia contadina mediterranea dove i bambini giocano travestiti da cowboy.

"È una messa in scena narrativa - spiega il regista - pensata per raccontare le dinamiche dei personaggi. Ho cercato di togliere il folklore spagnolo pur mantenendo un ambiente latino, mediterraneo. Quasi da Far West". In scena pochi ambienti essenziali dalla stazione di polizia al camerino dei toreri inseriti in grandi spazi aperti.

Il tema del destino prende forma in un personaggio aggiunto: una donna vestita a lutto, insieme cartomante, madre simbolica e incarnazione della morte. Appare una volta per atto, legge le carte, osserva gli eventi e richiama la madre di Don José, che nel libretto resta fuori scena ma incombe costantemente sulla vicenda. "Don José è schiacciato tra due figure femminili - spiega il regista - Il femminicidio finale nasce dalla sua incapacità di accettare la libertà di Carmen".

Una Carmen che si fa riflessione contemporanea sul controllo, sulla violenza e sull'incapacità di accettare l'autonomia dell'altro.

Per Chung, che diresse Carmen per la prima volta a Parigi trentacinque anni fa, l'opera è ancor più complessa di allora. "Allora parlavo poco francese, oggi lo conosco molto meglio. Ma anziché trovare tutto più facile, ogni volta mi sembra più difficile". E se per Michieletto il destino è il filo invisibile che guida la vicenda di Carmen, Chung finisce per evocarlo anche sul piano personale. "Sono arrivato a un momento in cui guardo all'intero percorso e mi chiedo se il mio destino fosse arrivare qui".

Il riferimento è alla Scala, frequentata per quasi quarant'anni prima di assumerne la direzione musicale. "Forse questa responsabilità non arriva nel momento in cui ho più energia, ma arriva con trentasette anni in più di amore per questo teatro".

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