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Cinema

“Empatia”, l’ultima truffa del woke

Nell’uso corrente il termine ha subito una torsione clamorosa: è diventato la certificazione morale di chi appartiene al club, il sostituto elegante di “inclusione”

Italian actor and host Greta Scarano arrives for the premiere of �Nelson San, Anata Wa Hito Wo Koroshimashitaka? (Me. Nelson, Did You Kill People?)' at the 83rd annual Venice International Film Festival, in Venice, Italy, 04 September 2026. The movie is presented in official competition 'Venezia 83' at the festival running from 02 to 12 September 2026. ANSA/ETTORE FERRARI

La parola è sbarcata al Lido come un virus benevolo, di quelli che circolano nelle sale stampa e nei red carpet prima di finire nei discorsi ufficiali. «Empatia». La pronunciano Greta Scarano e Nicolas Maupas dal palco della Sala Grande; Laura Dern nella laudatio per George Clooney; Clooney stesso trasforma il Leone d’oro in un’occasione per un piccolo trattato sulla capacità di sentire il dolore altrui; Gianni Amelio presentando Nessun dolore, storia di un libraio romano travolto dall’accoglienza di un bambino nordafricano affidatogli per strada. Peccato che nessuno, tra i tanti che la invocano sul palco del Lido, si sia preso la briga di definirla. L’empatia, quella vera, è la capacità di capire un punto di vista diverso dal proprio, non di applaudire chi la pensa già come noi. È mettersi nei panni altrui, non travestirsi da santo per la fotografia sul red carpet. Ma nell’uso corrente il termine ha subito una torsione clamorosa: è diventato la certificazione morale di chi appartiene al club, il sostituto elegante di “inclusione” (parola ormai logora, rovinata da anni di editoriali insulsi) e di “diversità” (altra etichetta che ha fatto il suo tempo perfino nelle facoltà di sociologia della Ivy League). Cambiano gli slogan, resta identico il gesto: dividere il mondo tra chi sente e chi non sente, tra le anime belle e i cuori di pietra. E dal Lido l’empatia dilaga nei pensosi editoriali dei giornali di sinistra e negli studi televisivi dove i più ispirati opinionisti la scandiscono come fosse un dogma appena rivelato.Perché allora questa empatia sconfinata si ferma sempre agli stessi confini? Perché è commovente fino alle lacrime davanti a certe sofferenze e diventa muta, anzi ostile, davanti ad altre? Si può essere empatici con qualunque causa purché sia quella corretta, quella che non costa niente. Capire Israele sotto attacco, capire chi ha votato Trump per ragioni che non sono la stupidità o il razzismo, capire un elettore di destra che magari lavora dieci ore al giorno e non ha tempo per i festival del cinema: ecco, lì l’empatia si inceppa. Lì subentra la spiegazione paternalistica, la diagnosi psicologica a distanza, il sospetto che chi non la pensa come noi sia in fondo un po’ malato, un po’ pericoloso, comunque da correggere.È il trucco più vecchio del mondo travestito da sentimento nuovo.Non serve argomentare, basta commuoversi (nel posto giusto, con le persone giuste, davanti alle telecamere giuste) e il gioco è fatto: si è dalla parte del bene senza bisogno di dimostrazioni, si continua a guardare dall’alto chi sta dall’altra parte senza doverlo neppure ascoltare. L’empatia a targhe alterne non è una virtù, è una strategia di casta: la nuova truffa del politicamente corretto per mantenere una superiorità morale sempre rivendicata e mai esistita.


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