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Cinema

“Il mio segreto? Restare bambino”

L’attore Franco Nero racconta i suoi nuovi progetti: “Ho girato un horror, non mi fermo mai”

Franco Nero: "L'America mi dà la Stella. Grazie all'Italia"

Ha girato 250 film in oltre 60 anni di carriera. E, a 84 anni, Franco Nero non intende fermarsi. Il protagonista di Django, Il giorno della civetta, Camelot, uno degli attori italiani più internazionali, non ci pensa proprio a fare bilanci: ha solcato qualsiasi set con i più grandi registi e attori e ha ancora mille progetti. Ce ne ha parlato al Film Festival di Taormina, dove è stato premiato per la sua lunga e straordinaria carriera, ripercorrendo cinema, amore, moglie, figli, impegno per la pace.

Lei non si ferma mai: cosa ha girato di recente?

«Un film horror. Era un genere che mancava nella mia carriera. Tre anni fa avevo lavorato con Russell Crowe ne L’esorcista del Papa, lui era il protagonista e io facevo il papa. Ora l’esorcista lo faccio io!».

Altri progetti?

«Dovrei girare Torberg, sulla storia di un ex nazista, anziano e su una sedia a rotelle in una casa di riposo cui un giovane chiede conto del suo passato. E poi ci sarà Parsifal, ispirato all’opera di Wagner, ma ambientato ai giorni nostri. Il protagonista è un grande chef italiano che al culmine del successo in Germania scompare per poi ritrovarsi a Roma a cucinare per i poveri».

Ha interpretato tanti ruoli... C’è qualcosa che le manca?

«Ormai ho fatto di tutto. Ho recitato in oltre 250 film: devo questo straordinario percorso al consiglio che mi diede da giovane Laurence Olivier: Non fare sempre il protagonista, il bello o l’eroe, cambia continuamente ruoli, avrai alti e bassi, ma alla fine raccoglierai i frutti. Aveva ragione».

Non è ancora stanco di girare per i set?

«No. Smetterò di recitare solo il giorno in cui mi abbandonerà l’entusiasmo. Ma devo ammettere che non riesco più a imparare battute lunghe. Ora prediligo ruoli in cui posso esprimermi senza parlare troppo. Uno dei miei film preferiti infatti è Angelus Hiroshimae, girato all’Aquila prima del terremoto: non dico una sola battuta Il film si basa interamente sulle mie espressioni ed è la storia del rapporto tra un cacciatore e un angelo giapponese. Quando lo mostrai a Los Angeles ad amici come Quentin Tarantino e Paul Mazursky, mi dissero che avrebbe meritato l’Oscar».

A proposito di Oscar, è vero che quest’anno era in lizza per il premio alla carriera?

«Ero tra i candidati. È andato a Glenn Close. Ma va benissimo così: a febbraio mi hanno conferito la Stella sulla Walk of Fame a Hollywood, una cerimonia bellissima presentata da Julian Schnabel. Poi abbiamo festeggiato con Al Pacino e Leonardo DiCaprio».

Come mai in Italia registi di punta come Sorrentino o Garrone non la chiamano?

«Bisognerebbe chiederlo a loro. Io ho la fortuna di essere richiesto in tutto il mondo e spesso devo scegliere se accettare progetti in Italia o all’estero».

Se ripensa al ragazzo di Parma che sognava il cinema, cosa gli dice?

«Gli dico che ha avuto fortuna. Ma la fortuna bisogna anche sapersela conquistare. Quando feci il provino per il musical Camelot, il regista Joshua Logan mi disse che ero perfetto per la parte, ma il mio inglese era scarso. Allora gli dissi: Mr. Logan, ma io so recitare Shakespeare in inglese!. Ai tempi del film sulla Bibbia con John Huston, infatti, avevo imparato i monologhi a memoria, senza capirli. Glieli recitai per mezz’ora. Se non avessi avuto il coraggio di replicare, la mia carriera sarebbe stata diversa».

I suoi inizi sono legati al genere spaghetti western, da Django in avanti. Sapeva che stavate facendo la storia del cinema?

«Allora il western era di gran moda, ma io ho sempre cercato di alternare: giravo una pellicola con Corbucci, poi film con Elio Petri, Damiano Damiani, Buñuel, Fassbinder o Chabrol. Non volevo fossilizzarmi. Mi offrirono di fare Lo chiamavano Trinità, ma rifiutai e fece la fortuna di Terence Hill. Mi offrirono La piovra, ma non volevo fare tv e andò a Michele Placido».

Guarda le piattaforme streaming e che pensa dell’Ia nel cinema?

«Detesto tutto questo. A me piace il cinema vero. In tv preferisco guardare lo sport, il calcio, il tennis, la boxe. Tutto ciò che è artificiale non mi appartiene. Non ho mai messo un dito su un computer in vita mia. Per orientarmi uso ancora la cartina geografica».

Cosa le dà serenità oggi?

«In questo periodo di guerre è difficile trovare serenità. Vedere le immagini dei bambini soffrire o morire mi toglie il sonno. Per questo ho scritto una canzone intitolata Un mare di piccoli lenzuoli bianchi. Un mio amico ha composto la musica e la canta in italiano, io in inglese».

Si sente ancora un po’ bambino?

«Assolutamente sì, sono un eterno bambino e ne vado molto orgoglioso. È un modo di vivere che si riflette in tutto ciò che faccio: nelle relazioni, nel lavoro, nel modo di approcciarmi alla vita e nel rapporto con i miei nipoti. Mantenere uno sguardo ingenuo e curioso sul mondo è il dono più grande».

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