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Cinema

Stranieri a casa propria

“Mutrion” è l’unico cortometraggio italiano in concorso a Locarno. Storia di un ragazzo che dopo anni torna sull’isola della Laguna veneta da cui era fuggito…

Stranieri a casa propria

da Locarno

La fine di un amore riporta a casa Marco. Il ragazzo che in paese ricordavano - per tutti “Mutrion” cioè musone - ha lasciato il posto a un giovane, straniero in casa sua. A riaccoglierlo su un’isola della laguna veneta c’è l’amico di sempre che sorride ma non lo perdona di averlo abbandonato. “Io sono tuo amico, tu non sei mio amico”. È il tema di una capacità di riabbracciare il transfuga. Nonostante. Nonostante il cuore di una fanciulla l’avesse rapito per poi dimenticarlo all’improvviso. Nonostante Marco si ritrovi a casa sapendo che ormai casa sua è un mondo di cui egli non fa parte. Nonostante il compagno d’infanzia sia ora un pescatore che sogna di conquistare cuori solitari. Indigeni come lui. Ruspanti come la sua educazione. Spigolosi come sa esserlo l’indigeno che difende le radici anche davanti a chi ha tentato di tagliare cordoni ombelicali.

Mutrion di Marco Cavazzin, prodotto da Etimo, è uno dei film della pattuglia italiana a Locarno che difende i colori nostrani nella sezione dei cortometraggi e ha esordito tra i convinti applausi di una platea eterogenea. Si tratta di un racconto di formazione che non risparmia le asperità di luoghi e caratteri estranei alla grande città. Venezia resta sullo sfondo come un fantasma irriconoscibile. L’isola è un luogo attaccato alle tradizioni e alle superstizioni come quella di un’età adulta raggiunta soltanto con la perdita dell’unghia dell’alluce, cui il regista allude inquadrando il piede di una solitaria ragazza che legge. In disparte. Lontana da quei due coetanei che la guardano con desiderio mentre sono loro stessi a cercare di ricostruire un rapporto di amicizia che il tempo e la fuga di Marco per amore avevano annacquato.

Vi s’intravvede il tema della remigrazione come conseguenza di un’emigrazione fallita. La difficoltà a reinserirsi in un tessuto sociale dove si è guardati con diffidenza come se non si fosse più parte di quella comunità. Come se una sorta di contaminazione avesse separato per sempre la selvaggia libertà di chi è rimasto con l’inquinata educazione di chi si è allontanato per aver guardato in faccia il coraggio. E averlo sfidato. Perdendo una scommessa che forse non offere la rivincita. Guarda insomma in profondo, senza cercare verità da vendere al miglior offerente o toccare tasti politici scomodi di razze o altro. Emigrare può voler dire anche solo andarsene. Spostarsi da un’isola alla terraferma. Metri che a volte sembrano più incolmabili di galassie ad anni luce di distanza.

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