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Cinema

Schrader riscrive “Taxi Driver” (al contrario)

Il film presenta un uomo che sa tutto di Spinoza però niente di se stesso...

US director Paul Schrader arrives for the premiere of 'The basics of philosophy' at the 83rd annual Venice International Film Festival, in Venice, Italy, 04 September 2026. The movie is presented out the competition at the festival running from 02 to 12 September 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI

Il titolo promette un’introduzione ai “rudimenti” della filosofia. Schrader invece un trattato sull’impossibilità di applicarli a se stessi. The Basics of Philosophy, presentato fuori concorso alla Mostra del cinema con Scorsese produttore esecutivo, è il ritratto di un docente che sa tutto di Spinoza e niente della propria vita.Paul Schrader, nato a Grand Rapids nel 1946, educazione calvinista rigidissima, fuga verso Hollywood. Sceneggiatore di Taxi Driver per Scorsese nel ’76, poi regista in proprio: American Gigolo, Affliction, First Reformed. Negli ultimi anni ha costruito quella che i critici chiamano la trilogia (ormai quadrilogia) dell’«uomo solo in una stanza che scrive un diario»: il nuovo film ne è l’ultima tappa.Il protagonista, John Jorissen (Jack Huston), insegna filosofia in un piccolo college del Midwest e lavora a un saggio su Spinoza. Vita apparentemente composta: la compagna Becca, anche lei docente, il figlio adolescente di lei Willie. Sotto la superficie, una colpa antica che Jorissen non riesce né a confessare né a sciogliere. Quando Miguel, l’uomo legato a quell’episodio, ricompare, l’equilibrio costruito in anni di rimozione crolla. Il legame con Taxi Driver è dichiarato dallo stesso Schrader, e va oltre l’anagrafe produttiva. Travis Bickle era un piccolo borghese respinto da un mondo elitario che ipocritamente si dichiarava dalla sua parte; rispondeva con un bagno di sangue che ai suoi occhi (e a quelli di buona parte del pubblico) appariva liberatoria, quasi necessaria. Cinquant’anni dopo Schrader capovolge lo schema: qui non c’è esplosione ma implosione. Jorissen non uccide nessuno, si limita a vivere una menzogna elegante, calvinisticamente colpevole senza redenzione.La domanda che il film pone, senza fretta di rispondere, è se un uomo possa davvero cambiare. Jorissen è cambiato? E gli altri? Le colpe si possono espiare una volta per tutte o sono una condanna a vita? Schrader non offre la scorciatoia del lavacro finale: il passato non si dissolve, resta lì, ingombrante. È un finale che rifiuta la catarsi proprio nel punto in cui Taxi Driver, con tutta la sua ambiguità, la concedeva (perversamente) al suo eroe armato. Al debutto veneziano l’applauso è stato breve ma sentito, di quelli indirizzati all’autore più che a un film riuscito senza riserve. E le riserve, va detto, ci sono: la sceneggiatura indugia, i dialoghi filosofici rischiano più volte l’auto-compiacimento, il ritmo soffre di una verbosità che Schrader ottantenne non sembra più voler correggere. Resta un’opera che troverà i suoi estimatori.


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