Il titolo promette un’introduzione ai “rudimenti” della filosofia. Schrader invece un trattato sull’impossibilità di applicarli a se stessi. The Basics of Philosophy, presentato fuori concorso alla Mostra del cinema con Scorsese produttore esecutivo, è il ritratto di un docente che sa tutto di Spinoza e niente della propria vita.Paul Schrader, nato a Grand Rapids nel 1946, educazione calvinista rigidissima, fuga verso Hollywood. Sceneggiatore di Taxi Driver per Scorsese nel ’76, poi regista in proprio: American Gigolo, Affliction, First Reformed. Negli ultimi anni ha costruito quella che i critici chiamano la trilogia (ormai quadrilogia) dell’«uomo solo in una stanza che scrive un diario»: il nuovo film ne è l’ultima tappa.Il protagonista, John Jorissen (Jack Huston), insegna filosofia in un piccolo college del Midwest e lavora a un saggio su Spinoza. Vita apparentemente composta: la compagna Becca, anche lei docente, il figlio adolescente di lei Willie. Sotto la superficie, una colpa antica che Jorissen non riesce né a confessare né a sciogliere. Quando Miguel, l’uomo legato a quell’episodio, ricompare, l’equilibrio costruito in anni di rimozione crolla. Il legame con Taxi Driver è dichiarato dallo stesso Schrader, e va oltre l’anagrafe produttiva. Travis Bickle era un piccolo borghese respinto da un mondo elitario che ipocritamente si dichiarava dalla sua parte; rispondeva con un bagno di sangue che ai suoi occhi (e a quelli di buona parte del pubblico) appariva liberatoria, quasi necessaria. Cinquant’anni dopo Schrader capovolge lo schema: qui non c’è esplosione ma implosione. Jorissen non uccide nessuno, si limita a vivere una menzogna elegante, calvinisticamente colpevole senza redenzione.La domanda che il film pone, senza fretta di rispondere, è se un uomo possa davvero cambiare. Jorissen è cambiato? E gli altri? Le colpe si possono espiare una volta per tutte o sono una condanna a vita? Schrader non offre la scorciatoia del lavacro finale: il passato non si dissolve, resta lì, ingombrante. È un finale che rifiuta la catarsi proprio nel punto in cui Taxi Driver, con tutta la sua ambiguità, la concedeva (perversamente) al suo eroe armato. Al debutto veneziano l’applauso è stato breve ma sentito, di quelli indirizzati all’autore più che a un film riuscito senza riserve. E le riserve, va detto, ci sono: la sceneggiatura indugia, i dialoghi filosofici rischiano più volte l’auto-compiacimento, il ritmo soffre di una verbosità che Schrader ottantenne non sembra più voler correggere. Resta un’opera che troverà i suoi estimatori.

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