Il grande occhio del Fisco allunga la sua ombra sui risparmi degli italiani, arrivando a spingersi a ritroso fino a cinque anni per spulciare i conti correnti non ancora caduti in prescrizione.
Attraverso l’impiego di software sempre più evoluti e precisi e di algoritmi di intelligenza artificiale, come il sistema di analisi del rischio VeRA (Verifica Rapporti Finanziari), l’Agenzia delle Entrate è in grado di incrociare in modo automatizzato le dichiarazioni dei redditi con i dati contenuti nell’Anagrafe dei rapporti finanziari. Il risultato è una mappa dettagliata capace di individuare qualsiasi incongruenza tra il tenore di vita ostentato dal contribuente, i suoi movimenti bancari e l’imponibile denunciato.
A validare questa procedura ci ha pensato la recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, la quale ha confermato la piena legittimità dell’uso retroattivo dei software di “data mining”: gli strumenti di analisi avanzata possono essere applicati anche sui periodi d’imposta passati. La legge prevede che l’avviso di accertamento debba essere notificato entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione dei redditi. Se la dichiarazione è stata del tutto omessa, la scadenza si estende fino a 7 anni. Nel caso in cui emergano reati di natura fiscale più gravi, i termini possono allungarsi ulteriormente. In questo scenario, contraddistinto da verifiche sempre più puntuali e precise, una gestione disattenta dei propri depositi rischia di trasformarsi in un incubo burocratico dove le sanzioni possono arrivare a raddoppiare l’imposta dovuta.
Ma cosa fa scattare i controlli? Il meccanismo di rilevamento si attiva non appena i flussi in entrata registrano anomalie numeriche rispetto a quanto dichiarato. Le spie rosse per i verificatori si accendono principalmente di fronte a tre situazioni ricorrenti, ovvero in caso di depositi frequenti di contante da parte di soggetti privi di partita IVA o di giustificativi commerciali, di bonifici in entrata accreditati da terzi con causali vaghe o poco coerenti con il profilo del beneficiario e di impiego promiscuo del conto personale per movimentare risorse che appartengono in realtà a società o attività d’impresa.
Il modo più sicuro di agire per non attirare su di sé la lente del Fisco è quello di operare con la massima trasparenza. L’errore più grave, e tra i più penalizzati dagli ispettori, consiste nel far transitare incassi aziendali sulle carte o sui depositi privati: una commistione che rende quasi impossibile smontare la tesi che si tratti di reddito non imponibile. Meglio evitare di versare denaro contante sul proprio conto corrente senza una pezza d’appoggio: per la Cassazione, ogni versamento non documentato si presume “reddito in nero”. Se ricevi somme in contanti, ad esempio un regalo importante, è fondamentale avere una scrittura privata o un documento che ne attesti l’origine.
Pur non esistendo limiti al prelievo di contanti, non scattando la presunzione di reddito come per i versamenti, mai superare la soglia dei 5mila euro al mese, anche frazionati: in questi casi la banca è obbligata a chiedere spiegazioni per le normative antiriciclaggio. Se le risposte non sono ritenute congrue, la segnalazione all’UIF (Ufficio Informazione Finanziaria) è automatica. Occhio anche al frazionamento: effettuare tanti piccoli versamenti o prelievi sotto soglia in pochi giorni viene intercettato dagli algoritmi come un tentativo di aggirare i controlli, aumentando il profilo di rischio del contribuente. Altrettanto fondamentale è curare la trasparenza delle transazioni informatiche, inserendo sempre causali precise e dettagliate per i bonifici ricevuti, specialmente in caso di prestiti infruttiferi tra familiari o compravendite tra privati.
Se l’Agenzia delle Entrate individua un versamento di contanti o un bonifico in entrata che non trova riscontro nella dichiarazione dei redditi, spetta al contribuente comprovare che quella somma è fiscalmente irrilevante.
Si tratta di un’inversione dell’onere della prova che impone al cittadino un compito arduo: la difesa richiede la ricostruzione analitica, “operazione per operazione”, di tutti i flussi contestati. Per scampare alle sanzioni occorre presentare una documentazione scritta avente data certa da cui emergano con chiarezza gli estratti conto integrali dell’anno verificato, gli estremi esatti di ogni singolo accredito, le generalità dell’ordinante e la prova incontestabile che quelle somme siano esenti da tassazione oppure già tassate alla fonte.
