Il commento Da meridionale dico: basta con i ricatti del partito del Sud

La riscoperta del «sudismo» o, se preferite, del «meridionalismo», è stato il tormentone politico di quest'estate. Ci si è capito poco. La sola cosa chiara emersa è che amministratori, politici di rilievo nazionale, imprenditori piuttosto oscuri hanno rilanciato la questione annosa del Mezzogiorno fino a ricattare il governo con lo spauracchio della possibile creazione di un partito del Sud, idea questa antica che, per fortuna di tutti, non si è mai concretizzata. Sicché, proprio coloro i quali nel mentre reclamavano una maggiore coesione politica e civile nazionale, paventavano un'ulteriore frattura: quando si dice la coerenza. Comunque, come ogni minaccia che si rispetti, la «nuova» questione meridionale ha sortito l'effetto sperato: una manciata di miliardi di euro alle regioni ritenute più in crisi, cioè indebitate, che vuol dire pessimamente gestite ed un polverone mediatico che ancora non si placa e difficilmente si placherà fino alle elezioni regionali dell'anno prossimo.
Il governo, insomma, per quieto vivere, si è piegato alle «sollecitazioni» siciliane in primo luogo, ma anche a quelle avanzate da altre istanze territoriali, consapevole che le risorse stanziate allo scopo di non aprire un altro fronte, soprattutto nella maggioranza che lo sostiene, non sono che una goccia nel mare. Tanto è bastato, comunque, agli interessati per mettersi l'anima in pace almeno per un poco. La carità pubblica, come si sa, nel nostro Paese è la panacea che se proprio non guarisce tutti i mali, quanto meno li allevia.
Adesso, il dibattito sembra essersi spostato su frontiere più ambiziose e, naturalmente, «eleganti»: è diventato teorico e perfino «colto», almeno all'apparenza in quanto la sostanza è sempre la stessa: appropriarsi del Mezzogiorno ed organizzare una diversa rete di poteri. Allo scopo c'è chi sostiene l'applicazione una «no tax area» per il Sud: formula ambigua che ognuno declina a proprio uso e consumo; chi propone sgravi fiscali a beneficio di quanti investono in zone dominate dalla camorra, dalla 'ndrangheta e dalla mafia; e c'è anche chi si fa paladino della istituzione di una Cassa per il Mezzogiorno non dissimile da quella che per decenni ha creato clientele, sperperato denaro pubblico, inventato carrozzoni inutili e dannosi sui quali sono saliti i soliti furbi e tutti i contribuenti, ma soprattutto le popolazioni meridionali, ne stanno pagando ancora le conseguenze.
Avanza, il nuovo, dunque. E con esso i «nuovisti» dell'ultima ora. Giusto a coronamento di tanto fervore innovativo, la star del meridionalismo trionfante, quello simboleggiato dalla monnezza partenopea e dalla disoccupazione campana, il governatore Antonio Bassolino, ritorna nel dibattito di mezza estate come candidato più accreditato alla poltrona di sindaco di Napoli che ha già ricoperto per due mandati. Ecco la sintesi del tutto. La manifestazione del mirabile che come il miracolo di San Gennaro si ripete puntualmente. Un anno fa Bassolino era alle corde. Oggi è nuovamente sugli scudi. E poi c'è chi se la prende con il Nord «ladrone». Se i meridionali si riprendessero la voce che gli è stata tolta, ne sentiremmo delle belle. Invece le lobbies spadroneggiano e, compiacenti, i poteri forti meridionali le assecondano.
Il Mezzogiorno - lo sanno tutti, ma i nuovi meridionalisti fingono di ignorarlo - non ha bisogno di risorse erogate a fondo perduto, ma di una classe dirigente credibile ed affidabile. Non lo si può lasciare nelle mani di Masanielli partenopei, siciliani, pugliesi che hanno ampiamente dimostrato i loro limiti, non soltanto nell'amministrare realtà indubbiamente difficili, ma ha bisogno di scoprire nelle pieghe della sua realtà per quanto complessa comunque vitale, uomini davvero in grado di interpretare la richiesta di modernizzazione e perfino di «riscatto» del Sud avvalendosi di competenze locali e valorizzando un patrimonio culturale e civile che non si compra per fortuna al mercato della politica.
Attraversando le regioni meridionali si coglie il paradosso che le tiene prigioniere. Da un lato la raggelante visione del degrado soprattutto nelle grandi periferie di città dispiegatesi per caso, prive di un'organica dimensione, sporche quel tanto che basta da far fuggire chiunque. Dall'altro il gioioso approdo a veri e propri edenici giardini nascosti minacciati dall'imbarbarimento promosso perlopiù da ignoranti e spregiudicati amministratori locali i quali nulla sanno né delle culture del luogo, né dei bisogni reali delle popolazioni a loro assoggettate. Nel mezzo di questa contraddizione c'è il vuoto del potere centrale che finora non ha immaginato neppure lontanamente come colmare il divario tra le aspirazioni della maggior parte dei cittadini e l'affossamento delle stesse dovuto al dominio della criminalità non infrequentemente collusa con la politica.
I quattrini elargiti per tacitare qualche capopopolo finiranno presto. Resterà la demagogia di chi si inventa formule piuttosto esoteriche per esorcizzare l'avvento di partitini che, per quanto effimeri, possono essere autentiche spine nel fianco del consolidato sistema «unipolare», quello dell'inefficienza. Occorre un progetto per il Sud. E gente che lo sappia interpretare. Senza dimenticare che la sua vocazione strategica mediterranea ne costituisce la primaria ricchezza. Cercare altrove formule magiche significa condannarlo all'impotenza, ridurlo allo stato endemico di medicante quando potrebbe avere un destino se proiettato nelle politiche economiche e nelle dinamiche culturali che si stanno sviluppando nel Mediterraneo.

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