Como, le città invisibili di Cerri nella chiesa di San Pietro in Atrio

Il tema è quello della città, «ho capito che era il mio, l'ho percorso e lo terrò finchè altre cose non mi troveranno», e personaggi dei suoi quadri sono lampioni, grattacieli, industrie abbandonate, tutti dipinti con la stessa tecnica mista su tela su uno sfondo di fogli di quotidiani: è la pittura, riconoscibilissima, di Giovanni Cerri, l'artista milanese figlio di Giancarlo Cerri, anch'egli pittore, in mostra fino al 2 agosto nella ex chiesa di San Pietro in Atrio, a Como. Fin dai suoi primi lavori, negli anni Ottanta, il pittore milanese si è concentrato sui paesaggi della periferia urbana in uno stile dalla chiara ispirazione sironiana, ma il fatto di preparare la tela con un fondo di carta di giornale è un punto d'arrivo momentaneo per l'artista, che usa questa tecnica dal 2001: si tratta di un modo per entrare ancora più in stretto contatto con la pittura. Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, però, la scrittura, le parole e la quotidianità che implicano i titoli prescelti, non sono in partenza vicini al soggetto che poi Cerri dipingerà. È il loro accostamento sul quadro che, semmai, darà a Cerri un'idea, l'ispirazione del soggetto da dipingere. Il pittore sembra fuggire, nelle sue opere, da una realtà specifica, pur disseminando il fondo di fatti d'attualità. La quotidianità non lascia scampo, la si deve sfuggire per trovarsi in lande desolate, industriali o cittadine. Territori dispersi, vuoti, ma che denotano certamente una presenza umana invisibile: nei grandi grattacieli disabitati, i pali della luce o i luna park, i cartelli stradali, le gru e i semafori.

Commenti