Per il suo “calvario” in carcere durato 1286 giorni, tre rimpalli tra corte d’Appello e Cassazione, quattro anni di decisioni opposte, oggi è stato segnato un nuovo punto a favore di Stefano Binda: 200 mila euro di risarcimento per “ingiusta detenzione”. Per i giudici d’appello - che hanno depositato oggi la sentenza - Binda non ha avuto una parte di responsabilità nell’indurre il gip a ordinare il suo arresto per l’omicidio di Lidia Macchi, da cui fu in seguito assolto. Sulla presunta “colpa lieve” di Binda si è giocato il procedimento per ingiusta detenzione. Basta infatti che lo Stato riconosca una forma di responsabilità dell’imputato, a far sì che il risarcimento viene negato. Ora si attende la Cassazione, a cui spetta il compito di ratificare o meno la decisione dei giudici d’appello.
L’assoluzione nel 2019
Nel 2019, con una clamorosa decisione della corte d’Assise d’Appello di Milano, Binda è stato assolto dalla terribile accusa di avere ucciso la giovane donna, in un bosco di Cittiglio, nel 1987. Ma tre anni prima era stato arrestato e accusato dell’omicidio volontario della ventenne: entrambi frequentavano lo stesso liceo e frequentavano gli ambienti di Comunione e Liberazione. Il caso è tuttora irrisolto.
Binda al Giornale: “Tenuto in carcere da innocente per tre anni”
“Mi lascia allibito e sconcertato che il risarcimento sia comunque decurtato”, le sue parole al Giornale. “Mi hanno tenuto in carcere da innocente per tre anni”. A febbraio aveva detto: “Io sono fiducioso che questa volta i giudici vadano davvero a verificare che cosa mi è stato fatto. La speranza è che non si accontentino di sunti di comodo solo per accontentare chi ha subito uno smacco plateale”.
L’udienza davanti alla Corte d’Appello
Al termine della scorsa udienza, che si è tenuta a febbraio, i giudici d’appello avevano ordinato alla Procura generale di presentare tutti gli atti in possesso riguardo il fascicolo di Stefano Binda in originale. I giudici avevano persino chiesto di ricontrollare le agende in possesso del 58enne, che furono sequestrate e oggi di nuovo in possesso dell’uomo. L’obiettivo era capire se Binda avesse avuto “colpa lieve” nell’indurre il gip a ordinare il suo arresto. Le sue agende infatti, erano mancanti di alcune pagine. Per l’accusa fu lui a strapparle, e questo fu ritenuto un elemento a suo carico, dato che una delle “prove regine” dell’accusa era la poesia “In morte di un’amica”, spedita il giorno del funerale ai genitori della ragazza e considerato una sorta di confessione del killer. Una prova in seguito ritenuta insussistente dai giudici d’appello che smontarono smontano il tentativo della Procura generale di identificare il poeta con il killer, e anche di attribuire lo scritto a Binda. “Non è lui ad avere lasciato tracce biologiche sulla busta spedita a casa Macchi”. Gli atti di tutto il fascicolo in originale sono serviti alla corte poi per stabilire se Binda si sia davvero contraddetto quando fu sentito dagli inquirenti (fu sentito dopo 30 anni), inducendoli in errore.
