È stato il giorno della versione degli indagati. Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, due dei quattro arrestati con l’accusa di essere gli esecutori materiali dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, sono stati interrogati nel carcere di Rebibbia davanti al pubblico ministero Edoardo De Santis. Un confronto durato circa nove ore, durante il quale i due indagati, secondo quanto riferito dai loro legali, hanno risposto a tutte le domande.
“I nostri assistiti hanno risposto a tutte le domande. Domani depositeremo istanza per chiedere l’attenuazione delle misure cautelari”, hanno spiegato gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri uscendo dal carcere al termine dell’atto istruttorio.
I difensori hanno anche chiarito alcuni dei punti centrali della versione fornita dai due indagati. “D’Avino e Passariello hanno avuto rapporti solo con Tavares. Hanno confermato che non volevano far male a nessuno e che non conoscevano Ranucci, né Lavitola”, hanno riferito Pagliarulo e Falconieri dopo l’interrogatorio.
Secondo i legali, nel corso dell’atto istruttorio il confronto si sarebbe concentrato sul perimetro già delineato nella prima ordinanza. “Sono stati toccati i temi che già sapevamo. Il perimetro del mandato è quello della prima ordinanza, cioè la richiesta di Tavares di collocare l’ordigno sotto casa di Ranucci, non i colpi di pistola”, hanno spiegato.
Prima dell’interrogatorio, la difesa aveva chiarito quale sarebbe stato uno dei punti centrali della giornata: mettere in discussione uno degli aspetti più pesanti dell’impianto accusatorio, l’aggravante mafiosa.
“L’obiettivo di questo interrogatorio è anche cercare di far cadere l’aggravante mafiosa, spiegando dei dettagli che possano portare a escluderla”, aveva chiarito Pagliarulo. Secondo il legale, gli elementi raccolti non sarebbero sufficienti a sostenerla.
La linea difensiva va però oltre. Prima di entrare a Rebibbia, Pagliarulo aveva messo in discussione anche la permanenza in carcere dei suoi assistiti. “Non dovrebbero stare in carcere a prescindere, già da tempo”, aveva detto, rimettendo comunque alla magistratura le valutazioni sul punto. Una posizione che ora si tradurrà in un atto formale: domani i difensori presenteranno un’istanza per chiedere l’attenuazione delle misure cautelari.
“I nostri assistiti non conoscevano né Ranucci, né Lavitola”, aveva aggiunto l’avvocato prima dell’interrogatorio, assicurando che gli indagati avrebbero risposto nel merito delle accuse e fornito la propria ricostruzione dei fatti. Una circostanza che, al termine delle nove ore di confronto, la difesa ha ribadito, precisando che i rapporti dei due sarebbero stati esclusivamente con Tavares.
E così è stato, almeno secondo quanto riferiscono i difensori. Dopo nove ore di domande e risposte, D’Avino e Passariello hanno messo agli atti la loro versione su quanto accaduto il 16 ottobre dello scorso anno. Una ricostruzione che, nella lettura dei legali, circoscrive il presunto mandato alla collocazione dell’ordigno e tiene fuori i colpi di pistola, oltre a ribadire l’assenza di una volontà di fare del male a qualcuno.
Elementi che la difesa punta ora a utilizzare non soltanto per contestare l’aggravante mafiosa, ma anche per ottenere un alleggerimento delle misure cautelari.
