Caro direttore Feltri, spostare l’asse del giudicare dalle aule di tribunale alle piazze televisive e ai social: questo è il canone precipuo del tribunale mediatico. Sono i tribunali delle furie, come diceva Manzoni nella Colonna infame. Tutto si rimette al giudizio di un domatore - il conduttore tv - che ammansisce o fa impazzire le sue furie per influenzare la voglia di disprezzo del popolo bue e gregge: questi conduttori si ergono, a magistrati requirenti, con una spocchia che è urticante. E questo tribunale ha condannato anzitempo, con chirurgica tempestività, il mio caro amico Vittorio Sgarbi, che, di converso, dopo due anni ha invece visto un Tribunale formale - la Corte dei Conti della Regione Lazio - fatta da giudici veri - dire il contrario. Vittorio, per il giudizio degli odiatori mediatici, si è dimesso, ha lasciato tutte le cariche, è caduto in depressione. Mi sono compiaciuto quando la Corte ha scritto ciò che non hanno inteso neppure quelli dell’Antitrust: che Sgarbi è un intellettuale affermato già prima di ricoprire la carica di sottosegretario e che non aveva bisogno alcuno di diventare viceministro per affermare le sue indubbie doti di prestigioso critico d’arte.
avvocato Biagio Riccio
Caro avvocato Riccio, ha ragione: il tribunale mediatico è spesso molto più spietato di quello vero, perché non ha bisogno di prove e non concede all’imputato il lusso di difendersi. Basta un sospetto, una trasmissione televisiva, qualche titolo ben confezionato e il colpevole è già servito al pubblico. La vicenda di Sgarbi è, sotto questo profilo, esemplare. Prima è stato processato e condannato dal tribunale degli indignati, quello che prospera sull’urlo, sul pregiudizio e sulla voglia di mettere alla gogna qualcuno. Poi è arrivato un giudice vero, la Corte dei Conti, che ha esaminato i fatti senza farsi impressionare dal personaggio e ha stabilito una cosa piuttosto semplice: Sgarbi era un intellettuale affermato ben prima di diventare sottosegretario e non aveva certo bisogno di quella poltrona per essere ciò che era. Il problema è che la tv può distruggere una reputazione in un pomeriggio, mentre la verità, quando finalmente arriva, procede a passo di lumaca. Nel frattempo la persona ha già pagato un prezzo enorme. E questo dovrebbe far riflettere tutti, soprattutto quelli che si proclamano paladini della giustizia mentre celebrano processi senza giudici e sentenze senza prove. La giustizia vera, per fortuna, non ha bisogno di ascolti, di applausi o di indignazione: ha bisogno solo di fatti. E quando i fatti arrivano, spesso fanno molto più rumore delle furie mediatiche.
