Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:41
La stanza di Feltri

La giustizia alla fine arriva ma lo fa troppo piano

Il tribunale mediatico è spesso molto più spietato di quello vero, perché non ha bisogno di prove e non concede all’imputato il lusso di difendersi

Dalla lotta all'Autostrada del Sole ai blocchi contro gli inceneritori. La passione della sinistra per il no

Caro direttore Feltri, spostare l’asse del giudicare dalle aule di tribunale alle piazze televisive e ai social: questo è il canone precipuo del tribunale mediatico. Sono i tribunali delle furie, come diceva Manzoni nella Colonna infame. Tutto si rimette al giudizio di un domatore - il conduttore tv - che ammansisce o fa impazzire le sue furie per influenzare la voglia di disprezzo del popolo bue e gregge: questi conduttori si ergono, a magistrati requirenti, con una spocchia che è urticante. E questo tribunale ha condannato anzitempo, con chirurgica tempestività, il mio caro amico Vittorio Sgarbi, che, di converso, dopo due anni ha invece visto un Tribunale formale - la Corte dei Conti della Regione Lazio - fatta da giudici veri - dire il contrario. Vittorio, per il giudizio degli odiatori mediatici, si è dimesso, ha lasciato tutte le cariche, è caduto in depressione. Mi sono compiaciuto quando la Corte ha scritto ciò che non hanno inteso neppure quelli dell’Antitrust: che Sgarbi è un intellettuale affermato già prima di ricoprire la carica di sottosegretario e che non aveva bisogno alcuno di diventare viceministro per affermare le sue indubbie doti di prestigioso critico d’arte.

avvocato Biagio Riccio

Caro avvocato Riccio, ha ragione: il tribunale mediatico è spesso molto più spietato di quello vero, perché non ha bisogno di prove e non concede all’imputato il lusso di difendersi. Basta un sospetto, una trasmissione televisiva, qualche titolo ben confezionato e il colpevole è già servito al pubblico. La vicenda di Sgarbi è, sotto questo profilo, esemplare. Prima è stato processato e condannato dal tribunale degli indignati, quello che prospera sull’urlo, sul pregiudizio e sulla voglia di mettere alla gogna qualcuno. Poi è arrivato un giudice vero, la Corte dei Conti, che ha esaminato i fatti senza farsi impressionare dal personaggio e ha stabilito una cosa piuttosto semplice: Sgarbi era un intellettuale affermato ben prima di diventare sottosegretario e non aveva certo bisogno di quella poltrona per essere ciò che era. Il problema è che la tv può distruggere una reputazione in un pomeriggio, mentre la verità, quando finalmente arriva, procede a passo di lumaca. Nel frattempo la persona ha già pagato un prezzo enorme. E questo dovrebbe far riflettere tutti, soprattutto quelli che si proclamano paladini della giustizia mentre celebrano processi senza giudici e sentenze senza prove. La giustizia vera, per fortuna, non ha bisogno di ascolti, di applausi o di indignazione: ha bisogno solo di fatti. E quando i fatti arrivano, spesso fanno molto più rumore delle furie mediatiche.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.