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Cronaca internazionale

Il male oscuro che cresce dentro la Cina: ecco il vero punto debole di Xi

Milioni di giovani faticano a trovare lavori stabili e qualificati. Tra IA, precarietà e consumi deboli, Pechino teme che il disagio economico diventi un problema politico

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La Cina continua a crescere. Investe miliardi nelle tecnologie strategiche e allo stesso tempo punta a consolidare il proprio ruolo di superpotenza globale. Eppure al suo interno, nei meandri della società, si nasconde un pericoloso e potenziale male oscuro. Il mercato del lavoro, soprattutto quello giovanile, rappresenta oggi una delle maggiori vulnerabilità del Dragone. I dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica cinese mostrano un miglioramento solo apparente: a giugno 2026 il tasso di disoccupazione urbana tra i giovani dai 16 ai 24 anni, esclusi gli studenti, è sceso al 14,9%, in calo di 0,7 punti percentuali rispetto a maggio e terzo mese consecutivo di flessione. Anche la fascia 25-29 anni ha registrato un lieve miglioramento, con un tasso al 7,1%. Numeri che consentono al governo di rivendicare una graduale ripresa del mercato del lavoro, ma che non cancellano un problema ormai strutturale. La frenata dell’economia, la crisi immobiliare, la debolezza dei consumi e la rivoluzione dell’intelligenza artificiale stanno rendendo sempre più difficile l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

Il problema del lavoro

Il South China Morning Post ha scritto che la diminuzione rilevata a giugno è legata soprattutto alla ripresa stagionale delle assunzioni dopo il Capodanno lunare e all’aumento dell’attività nei servizi, dal commercio alla ristorazione, fino ai trasporti e all’informatica. Ma il quadro rischia di peggiorare già nelle prossime settimane.

L’estate porterà infatti sul mercato altri 12,7 milioni di neolaureati, il numero più alto mai registrato nella storia cinese, circa il 4% in più rispetto allo scorso anno. L’arrivo di una nuova generazione di laureati su un mercato già saturo rischia di spingere nuovamente verso l’alto la disoccupazione nei mesi di luglio e agosto.

La stessa economista di Goldman Sachs Shan Hui ha sottolineato come l’intelligenza artificiale stia riducendo la domanda di molti impieghi amministrativi e professionali di primo ingresso, proprio quelli tradizionalmente destinati ai neolaureati. Una dinamica che non riguarda soltanto la Cina, ma che nel Paese asiatico si somma a una crescita economica meno brillante rispetto al passato e a salari che aumentano con estrema lentezza.

Il nuovo allarme sulla disoccupazione

Dietro le statistiche ufficiali si nasconde inoltre un fenomeno ancora più profondo. Numerosi economisti ritengono infatti che la disoccupazione reale sia sensibilmente superiore a quella certificata dalle autorità. David Daokui Li, professore della Tsinghua University, stima che, considerando una definizione più ampia del fenomeno, il tasso effettivo possa raggiungere il 10,2% sull’intera forza lavoro.

Lo stesso docente evidenzia come il calo degli investimenti fissi registrato nel 2025 e nei primi mesi del 2026 rappresenti un evento estremamente raro nella storia della Repubblica Popolare Cinese.

A complicare il quadro c’è il crescente squilibrio tra formazione universitaria e domanda delle imprese. Emblematico il caso della China National Nuclear Corporation, colosso statale dell’energia nucleare, che all’inizio del 2025 ha ricevuto oltre 1,19 milioni di candidature per meno di 8 mila posizioni disponibili. In pratica circa 150 candidati per ogni posto di lavoro.

L’illusione della gig economy

L’effetto di questa pressione si riflette sull’intera economia. Secondo quanto riportato da Reuters, infatti, la debolezza del mercato del lavoro rappresenta uno dei principali ostacoli alla strategia di Pechino per rilanciare i consumi interni e riequilibrare il modello di crescita, ancora troppo dipendente dagli investimenti e dalle esportazioni.

Chi fatica a trovare un’occupazione stabile tende infatti a risparmiare di più e a spendere meno, alimentando quella spirale deflazionistica che da tempo preoccupa le autorità. Sempre più giovani rinviano decisioni fondamentali come acquistare una casa, sposarsi o avere figli. Al tempo stesso cresce il ricorso al lavoro precario nella gig economy.

Il risultato? Milioni di laureati finiscono così sulle piattaforme di consegna a domicilio o nei servizi digitali, spesso con salari inferiori alle aspettative e senza prospettive di carriera. Di pari passo l’automazione e la richiamata intelligenza artificiale continuano a sostituire molte mansioni tradizionali, mentre una parte della manifattura a basso costo si sposta verso altri Paesi asiatici dove il costo del lavoro è inferiore. Il mercato crea occupazione, ma con meno posti qualificati e stabili.

Una nuova era?

La disoccupazione giovanile sta modificando il rapporto tra le nuove generazioni e lo Stato cinese. Negli ultimi anni, ha sottolineato il think tank Asia Society, si è diffuso il concetto di involuzione, termine utilizzato per descrivere la sensazione di impegnarsi sempre di più senza ottenere reali possibilità di avanzamento sociale.

Molti giovani rinunciano a costruire una famiglia, altri rimandano l’ingresso nel mercato del lavoro proseguendo gli studi, mentre cresce il numero di chi valuta di trasferirsi all’estero o nelle città meno costose dell’entroterra. Anche il disagio psicologico è aumentato, alimentato dalla competizione estrema e dall’incertezza sul futuro.

Ecco, dunque, che per il Partito Comunista Cinese il rischio non è soltanto economico ma anche politico. La legittimazione del sistema cinese si è infatti fondata per decenni sulla promessa di un costante miglioramento del tenore di vita. Se quella promessa dovesse incrinarsi per un’intera generazione, sarebbero guai seri per il governo.

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