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Cronaca internazionale

Crans-Montana, rientrò nel bar in fiamme e si ferì per salvare il fratello. Ma per i pm non è una vittima. E i Moretti chiedono la restituzione dei passaporti dei figli per andare in vacanza

Il ragazzo ferito nel rogo racconta di essere tornato indietro tra le fiamme per salvare il fratello Harold, rimasto intrappolato. Per la Procura, però, non è parte lesa. Intanto i fratelli delle vittime ricorrono contro il mancato riconoscimento come parti civili

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La tragedia del Constellation di Crans-Montana continua a produrre conseguenze anche sul piano giudiziario. A distanza di mesi dal rogo che ha sconvolto la località svizzera, il procedimento si arricchisce di nuovi ricorsi, richieste e contestazioni. Al centro non ci sono soltanto le responsabilità per quanto accaduto quella notte, ma anche la posizione delle persone rimaste coinvolte direttamente nell’incendio e quella dei familiari delle vittime che chiedono di poter essere riconosciuti come parti civili. Tra i casi più controversi c’è quello di Henry Patout, il giovane che racconta di essere rimasto ferito durante la fuga dal locale e di essere poi tornato indietro per cercare il fratello Harold, rimasto intrappolato sotto altre persone. Un gesto di coraggio che, secondo la Procura di Sion, non sarebbe però sufficiente a riconoscergli la qualifica di parte lesa direttamente per l’incendio. La vicenda si intreccia con quella di altri familiari delle persone morte nel rogo, ai quali è stata negata la possibilità di costituirsi parte civile e che ora stanno cercando di dimostrare la profondità dei rapporti con i loro cari attraverso lettere, documenti e persino fotografie.

La testimonianza di Henry

A ricostruire quei drammatici momenti è stato lo stesso Henry, attraverso una lettera indirizzata ai magistrati elvetici. Il giovane ha spiegato di trovarsi seduto a un tavolino, con le spalle rivolte verso la finestra, quando all’improvviso all’interno del locale è iniziata la fuga. “Vengo spinto e cado a terra proprio in prossimità dell’uscita, riesco a strisciare e a far uscire la testa e la parte superiore del corpo, ma alcune persone mi cadono addosso”. Una situazione già estremamente pericolosa, che secondo il suo racconto è diventata ancora più drammatica quando il calore ha raggiunto il punto in cui si trovava. Henry racconta infatti di avere avvertito il fuoco sulle gambe mentre cercava di uscire. “Sento il calore salire lungo i piedi e le gambe, avverto di bruciare e ho la sensazione che le scarpe stiano iniziando a sciogliersi (ne avrò conferma visiva una volta uscito), poi riesco finalmente a girarmi su un fianco e a trascinarmi”. Il giovane riesce quindi a portarsi fuori dal locale. È ferito, dolorante e ancora sotto choc. Ma, una volta all’esterno, si rende conto che manca qualcuno.

Il ritorno nel locale per salvare il fratello

Henry si guarda intorno e si accorge che il fratello Harold non è con lui. È a quel punto che, nonostante le condizioni in cui si trova, decide di tornare verso il bar. “Era sotto quattro o cinque persone. Torno indietro. Mio fratello urla, in preda alla disperazione, tiro con tutte le mie forze e riesco a liberarlo”. È questo il passaggio sul quale si concentra anche la posizione del giovane rispetto alle proprie ferite. Henry sostiene infatti di essersi fatto male durante la prima fase della fuga, quando cercava di uscire dal locale, e non durante il successivo rientro per soccorrere il fratello. Una distinzione importante, perché la Procura di Sion ha adottato una lettura differente della sua posizione processuale. Per i magistrati, infatti, il punto decisivo non sarebbe tanto stabilire in quale momento esatto Henry abbia riportato le lesioni, quanto la sua posizione nel momento in cui è scoppiato l’incendio.

Il nodo della posizione di Henry durante l’incendio

Secondo i giudici, la qualifica di parte lesa deve essere valutata prendendo come riferimento la posizione della persona all’inizio dell’incendio. “La qualifica di parte lesa va valutata in relazione al luogo in cui la persona si trovava al momento dell’inizio dell’incendio”. Da questa impostazione deriva anche un’altra considerazione: secondo la Procura, il momento in cui il giovane avrebbe riportato le lesioni non sarebbe determinante se l’incendio fosse già iniziato mentre lui si trovava in una posizione considerata sicura. “La causa delle lesioni è dunque irrilevante qualora queste si siano verificate mentre il ferito osservava l’incendio da una posizione sicura al momento dell’innesco del fuoco”. È su questa ricostruzione che si fonda il diniego nei confronti di Henry. La Procura sostiene infatti che il giovane non si trovasse all’interno del bar quando sono divampate le fiamme. “Henry si trovava all’esterno del bar quando è scoppiato l’incendio. Il fatto che abbia riportato lesioni mentre si trovava a cavallo tra la scala e la veranda non è dunque determinante ai fini dell’attribuzione della qualifica di parte lesa”. Una conclusione che lascia aperto il contrasto tra la ricostruzione personale di Henry e quella sostenuta dagli inquirenti; da una parte il giovane afferma di essere stato ferito mentre cercava di uscire dal locale; dall’altra, la Procura considera determinante il fatto che, al momento dell’innesco, si trovasse all’esterno.

I fratelli delle vittime: ricorsi contro il mancato riconoscimento

La questione non riguarda però soltanto Henry. Un altro fronte giudiziario coinvolge i familiari delle persone morte nel rogo. I fratelli delle vittime ai quali non è stata riconosciuta la possibilità di costituirsi parte civile hanno presentato ricorso. La loro battaglia riguarda soprattutto il riconoscimento della natura e dell’intensità del rapporto che li legava ai familiari scomparsi. Tra loro c’è Camilla, sorella di Chiara Costanzo, che ha affidato a una lettera la ricostruzione del rapporto con la sorella e delle conseguenze provocate dalla sua morte. Nel ricorso viene contestato anche il modo in cui sarebbero state formulate alcune delle decisioni di rigetto. Secondo i familiari, i dinieghi sarebbero stati redatti “utilizzando formule stereotipate, palesemente copiate e incollate da una decisione all’altra”. Camilla, sorella di Chiara, aveva depositato una lettera nella quale raccontava il loro strettissimo legame e la sofferenza provocata dalla sua perdita. Secondo quanto riportato nel ricorso, però, il tribunale avrebbe ritenuto difficilmente dimostrabile un rapporto personale particolarmente intenso in assenza di convivenza tra le due sorelle. È proprio questo uno dei punti contestati dai familiari; secondo la loro posizione, il legame tra fratelli e sorelle non può essere valutato esclusivamente sulla base della convivenza o di elementi formali, soprattutto quando si tratta di stabilire l’intensità di un rapporto affettivo e il dolore provocato dalla perdita.

Anche le foto diventano una prova del legame familiare

Una situazione analoga riguarda i fratelli di Pablo Perez, il sedicenne svizzero tra le vittime di Crans-Montana. Anche loro si sono visti costretti a raccogliere materiale per dimostrare la profondità del rapporto con il ragazzo. Tra gli elementi presentati ci sono persino fotografie che li ritraggono insieme. Un passaggio che restituisce anche la difficoltà incontrata dai familiari nel tentativo di far riconoscere processualmente un legame che, nella loro prospettiva, era evidente nella vita quotidiana. La battaglia dei fratelli delle vittime si trova quindi su un terreno particolarmente delicato; non basta dimostrare di essere parenti, ma occorre documentare l’esistenza di un rapporto personale sufficientemente stretto da giustificare il riconoscimento della posizione processuale richiesta.

I Moretti chiedono la restituzione dei passaporti dei figli

Sul procedimento pesa anche la situazione della famiglia Moretti. Jacques e Jessica Moretti, proprietari del Constellation, hanno chiesto che vengano restituiti i documenti e i passaporti dei loro figli, così da permettere ai ragazzi di lasciare il Paese e trascorrere un periodo di vacanza con parenti o amici. La richiesta nasce dalle conseguenze che il procedimento penale sta avendo sulla vita dei minori. Nel motivare l’istanza, Moretti ha sottolineato proprio questo aspetto, spiegando che i figli stanno subendo ripercussioni legate all’inchiesta e alle limitazioni che ne derivano. “I minori hanno indubbiamente subito pesanti ricadute a causa del procedimento penale in corso e non è ancora possibile valutarne appieno l’impatto sul loro sviluppo”. Secondo la richiesta, inoltre, il fatto di non poter lasciare il Paese per trascorrere le vacanze con amici e familiari rischierebbe di aggravare ulteriormente il peso della vicenda sulla loro quotidianità. “Non può che accentuare l’impatto di tale procedimento sulla loro vita quotidiana”.

La decisione del Tribunale sui passaporti

Sul punto, però, il Tribunale ha precisato che la richiesta di restituzione dei documenti deve essere rivolta al pubblico ministero. Non si tratta dunque, almeno in questa fase, di una decisione definitiva sulla possibilità per i ragazzi di partire, ma di una questione che deve essere sottoposta all’autorità competente nell’ambito del procedimento. Nel frattempo, ai coniugi sono stati restituiti anche i telefoni cellulari che erano stati sequestrati e sottoposti ad analisi. La restituzione dei dispositivi rappresenta un ulteriore passaggio nell’inchiesta, mentre restano ancora aperte le diverse questioni processuali che coinvolgono i proprietari del locale, i familiari delle vittime e le persone che si trovavano nel Constellation quella notte. Tre vicende diverse, ma accomunate dalle conseguenze di quella notte e da un procedimento giudiziario che, mentre prosegue, continua a mettere in discussione ruoli, diritti e qualifiche processuali.

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